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Gli INCAS (quinta parte)

Conquiste di Tupac Yupanqui

di María Rostworowski Tovar
Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.

Traduzione di Gabriele Poli

 

Tupac Yupanqui

Gli eserciti inca e la mita guerriera


Agli inizi del dominio inca, gli eserciti si formavano soltanto quando i raccolti erano già stipati nei magazzini e i soldati marciavano accompagnati dalle proprie mogli, che gli spagnoli chiamavano rabonas (donna o moglie che segue i soldati in marcia); le donne si occupavano dei mariti, del cibo e della medicazione delle ferite.

Più tardi, con la espansione territoriale, diventò impossibile mantenere queste pratiche tradizionali e attraverso la mita guerriera (turno, servizio militare), furono creati gli eserciti regolari. Questo sistema permise la formazione di truppe per le conquiste in luoghi lontani come le terre abitate dai Charcas, il Cile, e l’Ecuador. I soldati si assentavano per anni e molti di essi non facevano più ritorno ai propri villaggi.

Tupac Yupanqui organizzò i suoi eserciti in squadroni, secondo l’armamento, che marciavano capitanati da un comandante della medesima etnia. Vi erano i guerrieri armati di mazze, fionde, clave e altre armi.

Non mancavano gli strumenti musicali come tamburi, trombe prodotte da conchiglie marine e flauti. I soldati erano vestiti secondo le usanze dei propri villaggi di origine, portavano pennacchi e piume e anche catene di rame, argento od oro secondo le gerarchie che ricoprivano nell’esercito. In talune regioni, si dipingevano il viso. Quando si lanciavano all’attacco, cantavano e gridavano per seminare il panico fra le fila nemiche. Raccontano i cronisti che le urla erano tali che gli uccellini cadevano al suolo atterriti.

Una delle prime conquiste del giovane Tupac Yupanqui fu Chincha. Tempo addietro, il generale Capac Yupanqui aveva realizzato una prima incursione nella zona ed era riuscito a sottometterla alla sovranità di Cusco. Inoltre, aveva ottenuto alcuni vantaggi come la edificazione di una Aclla Huasi (casa delle prescelte), con la propria dotazione di mamaconas (donne deputate alla cura della casa) che confezionavano tessuti e bibite per coprire i fabbisogni della reciprocità e del culto, oltre alla costruzione di una casa chiamata Hatun Cancha, adibita all’amministrazione Inca.

L’arrivo di Tupac Yupanqui rafforzò i vincoli di reciprocità con i chinchanos e l’Inca si appropriò di un maggior numero di terre per lo stato. I curacas locali preferirono accettare i termini della reciprocità piuttosto di avventurarsi in una guerra che probabilmente avrebbero perso e avrebbe compromesso i commerci. Questo metodo spiega la rapida espansione inca giacché con molta frequenza la sola presenza delle truppe del Cusco era sufficiente per favorire l’annessione delle macroetnie al Tahuantinsuyo (l’impero inca). Comunque, benché il sistema favorisse la crescita veloce dello stato, fu anche un fattore determinante della sua fragilità, giacché bastò la comparsa delle truppe di Pizarro per eliminare il tenue vincolo formato dalla reciprocità fra le autorità etniche e i sovrani incas.

La conquista di Guarco

Nel secolo XV, il curaca di Guarco era tradizionalmente bellicoso. La sua valle era difesa da varie fortezze e da una muraglia circostante che rendeva difficile qualsiasi aggressione.

Gli eserciti inca avevano seguito la rotta dalla sierra lungo il letto del fiume e avevano ottenuto con facilità la resa del piccolo feudo di Lunahuanà. Diversa fu l’attitudine dei guarco, che resistettero per tre o quattro anni.

In questo attacco è possibile osservare le prime strategie inca che seguivano un metodo poco efficiente giacché combattevano soltanto in inverno perché temevano il caldo estivo. Ciò permetteva agli abitanti della costa di riprendersi e consolidare le proprie posizioni.

I cronisti raccontano che il capo di Guarco era una donna molto bella e il suo modo civettuolo di comportarsi fece ingelosire la coya (regina) che chiese all’Inca di lasciare nelle sue mani il dominio dei ribelli.

Costui, divertito, acconsentì alla richiesta. La coya inviò un’ambasciata alla curaca assicurandola che sarebbe rimasta al suo posto e solo le chiedeva di celebrare una grande festa in onore di Mama Cocha, il mare. Quando tutto il popolo si trovava riunito in riva al mare, i soldati inca entrarono segretamente a Guarco e si impadronirono del feudo.

Tupac Yupanqui entra a Pachacamac

Il giovane co-reggente inca arrivò con le sue truppe a Pachacamac; avvicinandosi al santuario come un qualunque pellegrino e dopo un lungo digiuno, l’oracolo consultato gli profetizzò trionfi e numerose conquiste.

Nonostante la sua devozione, il principe ordinò l’edificazione di un tempio dedicato al Sole a cui diede il nome di Punchao Cancha o Recinto del Giorno con l’obiettivo di contrastare l’influenza del dio Pachacamac, dio della Notte e delle Tenebre. Il tempio doveva essere più alto del vecchio santuario della costa per dimostrare la superiorità del Sole. I sacerdoti non ebbero altra possibilità che rispettare la volontà dell’Inca.

Espansione verso il sud

Poco tempo dopo, il giovane Inca decise di tentare la fortuna nella regione della Selva, forse per assicurarsi l’approvvigionamento della produzione della coca. Per questo motivo divise i suoi uomini in tre eserciti che con grande fatica si addentrarono nei boschi. (Sarmiento de Gamboa, cap. 49). Secondo il cronista, gli abitanti del Collasuyo approfittarono delle voci che davano per morto Tupac Yupanqui per sollevarsi.

Quando Tupac Yupanqui fu messo al corrente della situazione, uscì precipitosamente dalla foresta per marciare contro i collas. Dopo aver sedato i disordini e trovandosi nella zona dei Charcas con un buon esercito, si diresse verso il Cile per conquistare la regione del Sud.

Passarono alcuni anni e Tupac Yupanqui ritornò a Cusco da trionfatore. A Paucartambo lo attendeva suo fratello Otorongo Achachi che aveva lasciato nella foresta perché pacificasse la regione e intraprendesse l’organizzazione del Cusco. Assieme fecero una vittoriosa entrata nel Cusco.


La conquista del nord


Dopo alcuni anni di tranquillità, Tupac Yupanqui partì lungo la strada del Chinchaysuyu per visitare i suoi domini e i villaggi del nord, studiando l’organizzazione delle sue province e verificando la relativa amministrazione. Fu così che passò da Vilcashuaman, Jauja, Huaylas, Cajamarca e si addentrò nelle terre dei Chachapoyas.
Continuando nel suo cammino, affrontò i cañaris che si erano alleati alle popolazioni di Quito. Dopo aver conseguito una vittoria, si riposò a Quito e ordinò di popolare la regione con numerosi mitimaes, vale a dire gente portata da altre regioni. Lì, lasciò come governatore un anziano signore di nome Cholca Mayta. Questo governatore aveva licenza di usare portantine ed era obbligato a inviare ogni mese un chasqui (messaggero) con notizie da Quito.

Così, arrivò a un luogo chiamato Surampalli dove ordinò di edificare un villaggio a cui diede nome di Tumibamba, nome di una panaca (famiglia) reale. Il posto ameno piacque all’Inca che passò lunghi anni in quel luogo, guerreggiando con i paesi limitrofi e aggregandoli al suo impero.

Un giorno, mentre si trovava a Manta, giunsero alcuni mercanti navigando su delle zattere. Questi mercanti dissero di essere venuti da certe isole chiamate Auachumbi e Nina Chumbi. Questo racconto di Sarmiento di Gamboa è un po’ insolito, per il mistero del viaggio lo è ancora di più giacché l’Inca si entusiasmò nel sentire questa notizia e si imbarcò con un esercito verso le isole. Non si sa se sia una leggenda o se l’Inca veramente navigò verso le Galapagos o ancora più lontano alle Marchesi, nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Potrebbe trattarsi di una visione prodotta dagli allucinogeni.

La spedizione durò nove lune e al suo ritorno, dopo la lunga assenza, l’Inca intraprese il cammino di ritorno a Cusco. Tupac Yupanqui scelse la strada della costa, si diresse verso Catacaos, Pacatnamu e Chimu. Avanzava lentamente visitando i diversi villaggi e così arrivò a Pachacamac da dove si addentrò per Pariacaca e Jauja. Parallelamente, un altro esercito avanzava per la strada della sierra ispezionando i villaggi.

L’arrivo di Tupac Yupanqui fu accolto con grandi festeggiamenti nel Cusco. Mai prima di allora si era visto nella capitale un così ricco bottino né tanti prigionieri. Per l’occasione si organizzarono cerimonie e battaglie rituali. Si racconta che il piccolo Huayna Capac, che aveva soltanto cinque anni, comandando un brillante esercito prendesse d’assalto la fortezza di Sacsayhuaman sotto lo sguardo di mille spettatori e dei tre Incas Pachacutec, Amaru Yupanqui e Tupac che si trovavano seduti sotto alle proprie insegne regali abbigliati con ricche acconciature.

Nella piazza di Aucaypata le mummie dei precedenti governanti presiedevano le cerimonie più importanti. Da una parte i membri di Hanan Cusco e da un'altra quelli di Hurin Cusco cantavano lunghe melodie nelle quali si raccontavano le prodezze del passato. Per un popolo che ignorava la scrittura (almeno come noi la intendiamo n.d.t.) era importante poter ascoltare, vedere e ammirare i loro antichi incas e conoscere le loro prodezze. Assomigliavano a una genealogia vivente poiché conservavano i loro palazzi, donne e servitori. Con queste cerimonie si rivendicava il passato per un popolo che bramava gioia e allegria.

Una volta terminati i festeggiamenti e le cerimonie, l’ormai anziano Inca Pachacutec cadde gravemente malato e sentendosi morire convocò i parenti e le panacas reali. Secondo Sarmiento de Gamboa egli disse:

“Figlio, tu vedi le lotte e le grandi nazioni che ti lascio e sai quanto lavoro mi siano costati. Nessuno che alzi gli occhi contro di te deve vivere, anche se fossero i tuoi fratelli. A questi parenti ti affido come genitori, perché ti consiglino. Pensa a loro e che essi ti servano. Quando sarò morto, ti prenderai cura del mio corpo e lo deporrai nelle mie case di Patallacta. Costruirai la mia statua d’oro nella casa del Sole e in tutte le province a me soggette, farai i sacrifici solenni alla fine della festa di Purucaya perché io possa andare a riposare con mio padre il Sole.”

Al termine, afferma il cronista, iniziò a cantare con tono triste e basso parole nella sua lingua, che in italiano si possono tradurre nel seguente modo: “nacqui come il giglio nel giardino, e così crebbi e poiché sopraggiunse la mia età, invecchiai e poiché dovevo morire, così dimagrii e morii.”

Dopo un attimo di silenzio reclinò la testa e spirò. Così morì uno dei più grandi personaggi della storia del Perù e d’America.