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Gli INCAS (ottava parte)

L’imboscata di Cajamarca

di María Rostworowski Tovar
 Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.

Traduzione di Gabriele Poli

Atahualpa

Il terzo viaggio di Francisco Pizarro e il suo arrivo a Tumbes

Nel terzo viaggio, Pizarro trovò il centro di Tumbes bruciato e distrutto per l’attacco del curaca de La Puná. Gli iberici si fermarono lungo la costa, occupati a fondare il villaggio di San Miguel de Tangarará e a studiare il territorio. Lì vennero a conoscenza della guerra fratricida, situazione che sarebbe potuta essere loro utile per l’invasione.

Secondo il cronista Mena, Atahualpa inviò un suo capitano camuffato da umile uomo per spiare i cristiani. Questo personaggio propose poi di attaccare l’esercito spagnolo in una gola, ma l’Inca lo impedì perché voleva che salissero fino a Cajamarca.

Lentamente e con prudenza avanzavano gli spagnoli e in una perlustrazione, Hernando de Soto giunse con quaranta uomini al sito di Caxas dove trovarono un villaggio distrutto dalla guerra, ma con depositi colmi e una Accla Huasi o Casa delle Prescelte. I soldati volevano dividersi le donne, ma Pizarro aveva proibito qualsiasi violenza o sopruso che potesse irritare gli indigeni.

Trovandosi a Caxas, giunse un messaggero di Atahualpa che preoccupò il curaca locale, ma De Soto lo tranquillizzò. L’inviato portava alcune anatre decapitate ripiene di paglia con l’avvertimento che la stessa fine sarebbe capitata ai cristiani. L’emissario di Atahualpa si incontrò con Pizarro e il governatore, da buon diplomatico, si mostrò molto compiaciuto di ricevere notizie dall’Inca e gli inviò come dono due coppe di vetro e una preziosa camicia. Inoltre, offrì il suo aiuto per combattere qualsivoglia nemico del sovrano.

Per diversi giorni Pizarro proseguì il suo cammino verso la sierra, fino a che giunse nei pressi della corte di Atahualpa che inviò in dono agli spagnoli carne arrostita, mais e chicha (birra di mais n.d.t.). Un curaca amico raccomandò loro di non assaggiare alcunché per timore che si trattasse di vivere avvelenati.

Al tramonto, entrarono prudentemente a Cajamarca, timorosi di incontrare armati. Hernando de Soto e Hernando Pizarro chiesero al governatore il permesso di recarsi alla corte di Atahualpa e di conoscerlo da vicino.

L’Inca stava seduto in una tiana o basso sedile, all’entrata di una casa circondato dai suoi consiglieri e dalle sue donne. Soto si avvicinò caracollando la sua cavalcatura così vicina al sovrano che la sua borla si mosse con lo sbuffare del cavallo, senza che l’Inca facesse il minimo gesto di sorpresa o di timore. Hernando Pizarro, che si era ritirato, tornò con un interprete al fianco del suo cavallo. L’Inca gli offrì da bere e gli promise di andare personalmente in città il giorno seguente.

Gli spagnoli trascorsero la notte in costante allarme, temendo un attacco di sorpresa, ma nulla li molestò. Il giorno seguente, i messaggeri andavano e venivano senza che l’Inca si desse premura. Finalmente, al tramonto e dopo le ripetute insistenze di Pizarro, Atahulpa si decise ad entrare nella città.


L’attacco

Nel frattempo, Pizarro divise le sue truppe in quattro parti e le nascose negli edifici che circondavano la piazza. Nel primo angolo attendeva Hernando Pizarro con quattordici o quindici cavalieri; nel secondo stava De Soto con quindici o sedici cavalli; nel terzo si situava un capitano con altrettanti soldati, intanto che Francisco Pizarro con venticinque effettivi a piedi e due o tre cavalieri aspettava in un altro edificio. In mezzo alla piazza, in un fortino che probabilmente era un ushnu, stava il resto dei soldati con Pedro de Candia e otto o nove archibugieri oltre ad un cannoncino.

Lentamente e in pompa magna entrò nella piazza l’Inca, dopo che i suoi soldati l’ebbero parzialmente occupata e si sorprese al trovarla vuota. Al chiedere degli spagnoli, gli risposero che per paura erano rimasti nascosti nei loro alloggi. Quindi avanzò con molta solennità il domenicano Valverde con una croce fra le mani, accompagnato da Martinillo, l’interprete, e pronunciò la richiesta formale ad Atahualpa di abbracciare le fede cattolica e di servire il re di Spagna, al tempo stesso che gli consegnava il vangelo. Il dialogo che seguì è narrato in modo diverso da tutti i testimoni. È possibile che la tremenda angustia vissuta in quegli istanti impedisse di ricordare poi le frasi esatte che si intrecciarono fra i diversi attori della tragedia.

Dietro all’Inca e in un’altra portantina, veniva il curaca di Chincha e per un momento Pizarro fu indeciso, non comprendendo quale dei due fosse l’Inca. Tuttavia, ordinò a Juan Pizarro di dirigersi verso il curaca ed egli con i suoi soldati avanzò verso l’Inca.

Ad un segnale di Pizarro, il silenzio carico di minacce si trasformò nella più tremenda delle baraonde.

Scoppiò il tuono del cannoncino e rimbombarono le trombe, era l’avviso affinché i cavalieri uscissero al galoppo dai loro nascondigli. Suonarono i finimenti attaccati ai cavalli e spararono assordendo gli archibugi; le grida e le urla erano generali. In quella confusione, gli atterriti indigeni, in cerca di scampo, ruppero un muro della piazza e riuscirono a fuggire. Dietro di questi si lanciarono i cavalieri raggiungendoli e uccidendo chiunque potevano, mentre altri morivano calpestati dalla valanga umana.

Nel frattempo, Juan Pizarro si gettò in direzione del signore di Chincha e lo uccise nella sua portantina. Da parte sua, Francisco Pizarro con i suoi soldati massacrava gli indigeni che disperatamente sostenevano la portantina dell’Inca. Al vedere la situazione, uno spagnolo estrasse il suo pugnale per finire Atahualpa, ma Pizarro glielo impedì, ferendosi ad una mano ed ordinando che nessuno toccasse l’Inca. Infine, gli spagnoli avvicinatisi a un lato della portantina, riuscirono a circondarla e a prendere il sovrano.

Al cadere della notte di quel terribile 16 novembre del 1532, era finito per sempre il Tahuantinsuyo. Il Sapa Inca era catturato e con la sua prigionia giungeva al termine l’autonomia dello Stato indigeno.

Avvenimenti trascendentali portarono profondi cambiamenti non solo per le Ande, ma anche per l’Europa.