Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Undicesimo giorno
Guerra e potere nella terra di Cajamarca

L’alba del 16 novembre 1532 risveglia le numerose truppe inca che da alcune settimane sono in festa. Hanno sconfitto e catturato Huáscar, signore di Cusco e contendente del re di Quito, Atahualpa, al trono dell’impero lasciato vacante alla morte improvvisa di Huayna Cápac, padre di entrambi i principi in lotta.
Acque termali
Atahualpa riposa alle porte della città, dove piacevoli acque termali solleticano e rilassano il corpo.
Ma oggi non è un giorno come gli altri: ieri sera sono giunti a Cajamarca centosettanta uomini sporchi e barbuti, forse pericolosi, che i generali del re vorrebbero catturare ed eliminare, ma Atahualpa è curioso e desidera incontrare gli stranieri.
Sarà per lui l’inizio della fine.
Le cronache degli invasori spagnoli raccontano di una grande vittoria, in quel lontano giorno di novembre, ma in verità si trattò di un eccidio.
La mattina del 5 agosto 2008 il sole splende sui 2650 metri di Cajamarca; la città è graziosa, pulita anche se su di essa e la sua provincia da alcuni anni incombe la piaga del grave inquinamento prodotto dalle miniere, in primis quella di Yanacocha, il giacimento d’oro più grande d’America e il secondo al mondo. La ricchezza che la miniera produce, tuttavia, è reale per la multinazionale statunitense che la gestisce e fittizia per la popolazione.
Ciò che è assolutamente tangibile, invece, sono i residui dell’estrazione dell’oro, metalli pesanti – primo fra tutti il mercurio – che devastano le falde freatiche e contaminano in modo pesante gli abitanti.
Partiamo lungo uno sterrato alla volta di Cumbemayo, venti chilometri in poco meno di due ore, e la scelta di visitare questa località si rivela azzeccata.
Pietre lavorate dalla natura
In prossimità della nostra meta, si scorgono in lontananza alte forme di pietra lavorate dalla natura; sono Los Frailones, così chiamati perché appaiono come figure scolpite simili a frati, con tanto di sai e cappucci.
Lasciati i fuoristrada, ci incamminiamo fra le formazioni rocciose accompagnati dal vento che ulula insinuandosi attraverso le ferite della montagna.
Come durante quasi tutto il viaggio, siamo soli ad ammirare quest’opera d’arte naturale e godiamo appieno di tanta bellezza.
Saliamo e scendiamo il tortuoso sentiero che s’inoltra costeggiando le granitiche statue, poi devia sulla destra e in leggera salita guida i nostri passi fino allo spartiacque.
“Fiume sottile” – questo il significato del nome Cumbemayo – si trova, infatti sullo spartiacque degli oceani Atlantico e Pacifico e qui gli antichi peruviani costruirono una piccola meraviglia di ingegneria idraulica.
Gli abitanti di quei tempi, probabilmente di cultura Chavín (1500-500 a.C.) aprirono una breccia nella roccia per raccogliere le acque, deviandole in un lungo canale sopraelevato allo scopo di irrigare la valle sottostante, fino a Cajamarca.
Parte del canale originale è tuttora in funzione e lo seguiamo entusiasti, sgambettando come stambecchi, per riferire il commento di una di noi, la stessa che poi si accascia pallida al suolo, dimentica dell’altitudine (oltre 3500 metri) che incombe. Il soroche – mal di montagna – colpisce anche me e solo un buon periodo di ossigenazione, testa in basso e gambe in alto, aiuta entrambi a superare il malessere.
Cajamarca
La valle di Cajamarca, lunga venticinque chilometri e larga cinque, è ricca di pascoli e l’allevamento bovino la rende grande produttrice di formaggi.
In questa stessa valle sono parecchi i siti archeologici, uno dei quali è Ventanillas de Otuzco, decine di “finestrelle” disposte su più piani, scavate nella roccia vulcanica. Si tratta di tombe appartenute alla cultura Cajamarca (600-1200 d.C.), ancora oggetto di studio, tanto che proprio pochi mesi fa un’archeologa ha affermato di aver individuato fra questi sepolcri l’ultima dimora dell’inca Atahualpa, ma il fatto è ancora tutto da verificare.
Dopo una breve visita a Baños del Inca – il quartiere termale nel quale in re inca riposava prima della cattura da parte degli spagnoli – dove nelle sue frequentate piscine l’acqua sgorga a 72°C, ci dedichiamo alla città vera e propria.
Del grande centro inca resta ben poco, solo una costruzione che, affermano le guide turistiche, fu la residenza di Atahualpa durante la prigionia: il Cuarto del Rescate, la Stanza del Riscatto. Qui, per aver salva la vita, il sovrano indigeno promise a Francisco Pizarro, condottiero ispanico, di riempire l’intera stanza d’oro e altre due d’argento.
L’assassinio di Atahualpa
Per alcuni mesi affluirono, dalle quattro regioni dell’impero, statue, gioielli e monili di preziosi metalli, lavorati con maestria, cesellati con cura e sapienza che quegli spagnoli ignoranti fusero in lingotti.
La piazza è muta, migliaia di sudditi inca soffrono in silenzio, la sera del 26 luglio 1533.
Avanza Atahualpa, scortato dal frate domenicano Vicente de Valverde. L’ormai ex re inca ha abiurato la religione dei suoi padri per abbracciare quella europea. Non si tratta di una conversione reale, è solo dettata dalla necessità.
I “giudici” spagnoli hanno condannato il sovrano al rogo, ma la religione inca afferma la resurrezione del corpo, almeno per i re e se il cadavere bruciasse non vi sarebbe speranza di tornare un giorno alla vita.
Rinnegando il proprio credo, l’imperatore evita il fuoco, ma solo quello…
Legato a un palo, il sovrano volge lo sguardo alle stelle, al Giaguaro Dorato che brilla lassù, Sirio fulgido e pulsante; attorno al collo stringe la garrota, il cerchio di ferro penetra la carne, la bocca si apre ed esce bluastra la lingua ingrossata.
Da ogni lato della piazza si alzano improvvisi lugubri lamenti, come il rumore di un tornado in lontananza che si avvicina sempre più.
Atahualpa fu.
La sera di 475 anni dopo, il 5 agosto 2008, siamo in quella stessa piazza.
Brividi percorrono il corpo
Oltre le colline in lontananza, il sole sta tramontando e qualche nube bianca volteggia sulla città. Presso la fontana al centro saltellano i colombi e i bimbi si rincorrono gorgheggiando.
Spazio con lo sguardo all’intorno, poi, pressato dai miei compagni d’avventura, inizio a raccontare una storia inverosimile.
Brividi percorrono il mio corpo mentre narro le gesta di un sovrano potente che pagò con la morte la propria curiosità.
Storia inverosimile, ma vera: migliaia di guerrieri arditi e abili massacrati da un pugno di avventurieri.
Almeno seimila inca si presentarono in piazza quel triste pomeriggio, disarmati perché così voleva il borioso imperatore, per dimostrare con arroganza la propria potenza e la propria essenza divina.
Gli spagnoli ebbero la sorte di catturare subito il re e questo impedì ai guerrieri indigeni di alzare le mani contro gli aggressori, per timore di nuocere al proprio sovrano. E così morirono, senza colpo ferire, tutti e seimila.
Presto, domattina lasceremo la città andina e scenderemo verso l’Oceano Pacifico: nuove avventure e altre emozionanti scoperte ci attendono.
Segue





















































