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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Quattordicesimo giorno

 

Immagini raccapriccianti e alte vette

Si attraversa

8 agosto 2008

Oggi sarà una giornata molto impegnativa, lunga e difficoltosa. Alle sei del mattino siamo già pronti con i fuoristrada carichi di bagagli e attrezzature.

   Prendiamo a sud, lungo la Panamericana in buono stato, per circa duecento chilometri, fino al porto di Chimbote, interessante solo per l’industria della trasformazione del pesce. Il mare del Perù, infatti, è uno dei più pescosi al mondo, grazie alla corrente calda del Golfo di Panamá che scende dal nord e si scontra con quella fredda o di Humboldt che sale da meridione creando un habitat ideale per la fauna marina.

Casma e Cerro Sechín

Proseguendo, giungiamo a Casma dove lasciamo l’asfalto per tornare sulle Ande.

Nei pressi della cittadina visitiamo una delle più antiche zone archeologiche peruviane, Cerro Sechín (ca 1500 a.C.), dove incute timore e impressione la lunga muraglia del tempio principale, composta da blocchi di pietra sui quali sono riprodotte centinaia di immagini raccapriccianti: sacerdoti e guerrieri armati che sollevano per i capelli prigionieri denudati grondanti sangue da testa e narici.

Le rappresentazioni raccontano la storia di un’antica civiltà, dei suoi riti crudeli, sostenuti da una giustizia severa.

(Ora, nel 2023, è una mia amica la responsabile degli scavi, l’archeologa peruviana Mónica Suárez).

   Come ho già avuto modo di raccontare, il Perù è tuttavia una terra di scoperta, dove ogni anno vengono alla luce nuove e interessanti vestigia. Solo pochi mesi prima, nel maggio 2008, un’equipe di archeologi peruviani e tedeschi ha rinvenuto a poca distanza da Cerro Sechín un’altra grandiosa città. Eccetto gli addetti ai lavori, ancora nessuna anima viva ha visitato la località; la tentazione è forte, per cui decidiamo di individuare l’area di scavo e di farvi visita.

La gente del posto, però, non pare essere di grande aiuto, ignorando l’esistenza di una città antica, ma per nostra fortuna, presso il piccolo museo di Sechín incontriamo un contadino che afferma di avere sentito parlare dello scavo e di poterci accompagnare, anche se – commenta – avremo ben poco da vedere.

Elettrizzati, saliamo sulle auto, imboccando un tratturo che s’inoltra nella pianura semidesertica, guadiamo torrenti, superiamo rovi, dune e rocce fin dove non è più possibile proseguire

Templi e piazze

Lasciamo i fuoristrada nell’aia di una casa di campesinos e, accompagnati dalla nostra guida improvvisata e da quattro fanciulli spuntati dal nulla, c’incamminiamo fra sterpi, sabbia e fango. Superato l’ultimo basso rilievo di terra, si apre al nostro sguardo una distesa arida costellata di montagnole e cocci.

   Il nostro anfitrione aveva ragione: non c’è molto da vedere, perché gli archeologi, dopo aver individuato sotto metri di terra alcuni templi, piazze e abitazioni, in attesa di reperire fondi per continuare i lavori, hanno ricoperto gli scavi. Desta perplessità che una scoperta potenzialmente tanto importante (il sito risale addirittura al 3500 a.C.!) sia stata abbandonata senza guardiani, ma purtroppo è così che funzionano le cose quando mancano le sovvenzioni: la nostra speranza è che non siano i tombaroli, prima degli archeologi, a scoprire le ricchezze che con ogni probabilità sono nascoste sotto i nostri piedi.

La muraglia

Ciò che possiamo ammirare è solo una lunga muraglia di adobe – i mattoni di argilla cotti al sole -, un’infinità di cocci appartenuti ad antiche ceramiche e il perimetro che delimita le tante colline di terra, piramidi silenziose che attendono di essere riportate all’antico splendore. È poco quindi quello che riusciamo a vedere, ma impagabile è l’entusiasmo per essere noi i primi viaggiatori in assoluto a visitare l’antico insediamento denominato Sechín Bajo (Sechín Basso).

Verso le alte vette

E ora via, lungo la strada sterrata che s’inerpica verso le alte vette. Saranno molte ore di cammino, durante le quali non incroceremo alcun veicolo. La meta è Huaraz, città a 3000 metri di altitudine, nell’alta valle di Huaylas, località appetita da scalatori di tutto il mondo, perché è da lì che partono le spedizioni alla conquista delle vertiginose vette della Cordigliera Blanca.

   Il nostro tragitto non prevede di percorrere la strada turistica che parte da Lima – troppo lontana da Sechín -, bensì una cosiddetta carrozzabile alternativa, bella e panoramica, ma sconnessa e pericolosa, lungo la quale i turisti non si avventurano.

Da dove ci troviamo ora, presso l’oceano, saliremo fino ai 4220 metri del Passo Callán, per poi ridiscendere nella valle di Huaraz.

   È primo pomeriggio e i chilometri da percorrere sono meno di centocinquanta, ma giungeremo a destinazione solo a sera, pur senza effettuare soste.

Armati di coraggio, saliamo con relativa facilità i primi contrafforti andini, ma ben presto la strada si restringe, accollandosi al monte da una parte e affacciandosi su baratri profondi centinaia di metri dall’altra.

I primi villaggi che attraversiamo sono semplici, ma ben tenuti, tuttavia a mano a mano che si sale incontriamo borghi sempre più poveri, dove le case lasciano il posto a capanne dai tetti in paglia o lamiera ondulata.

Ponti o trappole?

La gente raccolta in gruppi agli angoli delle abitazioni ci osserva senza particolare interesse, mentre sorseggia il pestifero e forte liquore di canna.

Procediamo superando quote vertiginose, la strada diventa quasi un sentiero, attraversato da torrenti e ponti.

Ponti o trappole? Forse la definizione più corretta è la seconda: due o tre lunghe travi connettono tra loro ambo i lati del tracciato e le rade traversine che uniscono i pali sono ridotte in pezzi. Non ci fidiamo ad attraversare in auto; solo gli autisti, trattenendo il fiato e avanzando a passo di lumaca, transitano sopra al legno marcio, fidandosi delle nostre indicazioni ed è palese il sollievo che si disegna sui loro volti a impresa conclusa.

   Troppo presto inizia a calare il sole. Troppo presto perché l’oscurità renderà ancora più complicato il cammino e troppo presto, soprattutto, perché rischiamo di arrivare sul passo a notte fonda, privandoci dell’impagabile panorama offerto dalla Cordigliera Blanca.

Passo Chalán

Acceleriamo, per quanto possibile; mancano ancora circa cinque chilometri a Passo Chalán, ormai la vegetazione è scomparsa e la strada si attorciglia some un serpente alle pendici delle Ande. Ci guardiamo negli occhi e decidiamo che è il caso di tentare d’arrivare in cima prima che l’ultimo tenue chiarore lasci il posto alle tenebre.

Ingraniamo le ridotte e abbandoniamo la carrozzabile puntando decisi verso la vetta, lungo le reni del monte, in linea retta.

Ne è valsa la pena: giungiamo in cima al passo solo pochi minuti prima che l’ultima luce si spenga e, infagottati nelle nostre giacche, scendiamo dalle auto, sfidiamo il vento che sibila sferzante e riempiamo gli occhi d’immagini colorate, mentre osserviamo davanti a noi le vette innevate sulle quali l’estremo raggio di sole dipinge l’arcobaleno.

Paghi, ora possiamo scendere tranquilli verso le luci di fondovalle.

                                                                                               Segue