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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Sesto giorno

Cabo Blanco (Perù)

Cabo Blanco

Appartenuta all’Ecuador fino alla conclusione della guerra per i confini del 1941, Tumbes è città di frontiera con alcuni ovvii vantaggi, ma pure con i suoi problemi.

Qui si affollano commercianti, contrabbandieri e militari.

Ecuador e Perù sono nazioni amiche, ora, ma lungo l’arco della loro storia sono state frequenti le dispute territoriali, sfociate alcune volte in brevi, quanto dolorose guerre.

L’ultima non è poi tanto lontana nel tempo. Risale al gennaio 1995 per una questione di confini e di petrolio in Amazzonia, ripercussione del precedente conflitto avvenuto nel 1981, nella medesima zona, la Cordigliera del Condor, in selva amazzonica.

Dune

La Panamericana che conduce a sud, costeggiando l’oceano, è in ottimo stato; si viaggia veloci fra dune desertiche e pozzi di petrolio, di tanto in tanto attraversando villaggi di mare, in questo periodo abitati solo dalla popolazione locale. Un fatto non trascurabile se si considera che proprio in questi momenti l’autenticità dei posti non viene viziata da nessuno.

   La nostra prossima meta è la città di Chiclayo, ma la giornata di sole e il luccichio delle onde in lontananza sono un invito troppo allettante.

   Abbandoniamo la via principale e lungo una strada sterrata aggiriamo pompe e montagne di sabbia, scendendo verso una piccola borgata che si scorge laggiù, bagnata dal Pacifico.

Cabo Blanco, Hemingway, Dominique Sanda e Charles Bronson

A Cabo Blanco termina il percorso. Si tratta di un villaggio di pescatori: poche decine di basse abitazioni con grovigli di reti da pesca al posto delle fioriere. Oltre la soglia delle case, ad appena quattro passi di distanza, il piccolo porto brulica di barche, pesci e pellicani.

Cabo Blanco non è una località turistica, esiste solo una pensione spartana ma pulita e una trattoria familiare.

Eppure il posto è splendido, vi regna la tranquillità e il profumo di salsedine è acuto, per nulla inquinato, come da altre parti, dai gas di scarico: i nostri fuoristrada, imbarcazioni a parte, sono gli unici mezzi a motore in questa natura incontaminata…anche se in lontananza, a poche miglia dalla costa, si scorge una piattaforma petrolifera.

   Corriamo liberi sul bagnasciuga, godendo nel calpestare la sabbia vergine; le uniche impronte sono le nostre, quelle degli uccelli e le scie lievi lasciate da granchi e molluschi.

Avvicinandoci al porticciolo, l’incontro che facciamo è inaspettato, quanto interessante. Un anziano signore procede adagio tenendo fra le mani un enorme mero, un tipo di cernia molto prelibato.

Due chiacchiere, un sorriso e l’accordo è presto fatto: l’uomo è il titolare della trattoria che si affaccia sulla spiaggia ancora invasa dalle nostre orme.

   Pazienza se arriveremo tardi a Chiclayo, non riusciamo a rinunciare e in un batter d’occhio ci ritroviamo nella veranda del ristorante ad attendere il pranzo che si rivelerà squisito.

Mentre la moglie prepara il pesce, il signore ci intrattiene mostrandoci antiche foto della sua trattoria e scopriamo che uno dei suoi passati avventori fu nientemeno che Ernest Hemingway. L’autore de “Il vecchio e il mare” era solito soggiornare a Cabo Blanco, nelle cui acque si dedicava alla pesca del marlin, prima di trasferirsi a Cuba.

Ma il villaggio è stato reso famoso anche da un film, “Cabo Blanco”, appunto, del 1980, con Dominique Sanda e Charles Bronson.

Chi avrebbe mai pensato che una borgata tanto piccola e dimenticata racchiudesse simili peculiarità?

Cibo delizioso

Il nostro interesse per i ricordi è ora distratto da profumi deliziosi. La tavola è presto colma di portate invitanti. Assaggiamo il cebiche, pesce crudo –la nostra cernia- marinato nel limone, con cipolla e peperoncino, pesce ai ferri e ottimi gamberi, dolci e croccanti. Qualcosa del genere non si era mai mangiato, come si può dire di no a tanto gusto che ipnotizza i palati?

   Abbandoniamo la costa volgendo la prua delle auto verso l’interno, superiamo la città di Piura, dove visse per qualche tempo lo scrittore Mario Vargas Llosa che qui ambientò il romanzo “La casa verde”, visitiamo il mercato artigianale di Catacaos, che non entusiasma, e imbocchiamo il deserto di Sechura.

Nastro d’asfalto

Centocinquanta chilometri e due sole curve. Il panorama affascina, l’interminabile nastro d’asfalto taglia deciso le basse dune di sabbia.

Il deserto di Sechura non è del tutto arido, infatti qua e là si scorgono forme vegetali che a forza si sono ritagliate uno spazio nel terreno secco e si distinguono alcuni carrubi dalle forme bizzarre. Piegate dai venti che periodicamente spazzano la pianura, le piante sono cresciute lungo un asse obliquo e paiono quasi antichi frati cappuccini raccolti in preghiera.

Di tanto in tanto, circa ogni sette anni, il Fenomeno del Niño imperversa in queste lande, scatenando tempeste improvvise che inondano le sabbie.

Il Niño

Alcuni anni fa, il Fenomeno scoppiò con tanta violenza da formare nel deserto un grande lago, sulle sponde del quale crebbe in breve tempo una rigogliosa vegetazione.

La popolazione di Piura, incredula per tanta fortuna, non perse tempo e presto il lago divenne un’attrazione turistica.

Come d’incanto, nacquero chioschi e improvvisati ristoranti, fu allestito un molo, si costruirono barche, crebbero balneari. Pareva una fortuna letteralmente piovuta dal cielo per donare lavoro e benessere, ma dopo pochi mesi l’impietoso deserto ebbe la meglio, prosciugando il bacino e ripristinando il nulla.

   Scende la notte, buio assoluto, ma ecco che l’orizzonte s’illumina di mille fiaccole.

Il deserto è finito, siamo a Ciclayo.

                                                                                               Segue