Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Sedicesimo giorno
Massa assassina su Yungay

Ultimo giorno nel Callejón de Huaylas, domani lasceremo Huaraz alla volta di Lima, dove si concluderà il bellissimo viaggio con il gruppo di amici.
Carhuaz
Carhuaz è un bel villaggio indigeno, a una trentina di chilometri a nord di Huaraz; qui, come ogni domenica, si tiene un colorato mercato che nulla ha di turistico – siamo gli unici stranieri – e per questo affascina oltremodo.
A fatica troviamo un parcheggio per i fuoristrada, fra carretti, motocicli, cavalli e muli. Ci avviamo a piedi mescolandoci alle persone che vagano fra i mille banchi colmi di mercanzie, frutta, verdure, pesce, carne: colori vivi, abiti ricamati, signore con cappelli a larghe falde, ristorantini improvvisati, profumi, odori di umanità.
Ginestra
È bello perdersi per le stradine del grande mercato, sorridere e ricevere sorrisi, una cordialità d’altra epoca, ricordo dei racconti dei nonni e bisnonni, solo immaginati, ma ora vissuti.
Il nome del paese, nella lingua autoctona quechua, significa ginestra, ma oltre al giallo del bel fiore paiono quasi infinite le tonalità di colori che dipingono il mercato e la bella piazza coloniale. Il tepore del sole e la serenità della gente riscaldano anche noi che allegri proseguiamo la visita.
Ci penserà, tuttavia, il successivo borgo a gelare i nostri cuori.
Yungay e la montagna assassina
Il centro abitato di Yungay, a nord di Carhuaz, non possiede alcuna costruzione d’epoca e il motivo è triste.
Il primo pomeriggio di domenica 31 maggio 1970, le strade erano deserte; la popolazione maschile si trovava raccolta nei locali pubblici, intanto che le donne sbrigavano le faccende domestiche o chiacchieravano serene all’ombra delle case.
Si stava concludendo la cerimonia inaugurale del mondiale di calcio in Messico e di lì a poco avrebbe avuto inizio la prima partita. Le bottiglie di birra passavano di mano in mano: com’è ancora oggi consuetudine, gli uomini, seduti di fronte alle poche televisioni del villaggio, bevevano utilizzando un unico bicchiere. Il primo a servirsi versava la bevanda nel recipiente e porgeva la bottiglia al vicino, quindi, alzatosi in piedi, brindava alla salute dei compagni e trangugiava la birra d’un fiato, prima di passare il bicchiere all’amico accomodato a fianco.
La cerimonia del brindisi si protraeva da alcuni minuti quando un terribile boato scosse la terra.
Terremoto!
Erano le 15,21 e una disastrosa, enorme valanga di fango e neve si staccò dalla vetta del ghiacciaio Huascarán. Non vi fu il tempo per capire: la massa assassina scese su Yungay in soli tre minuti, a 280 chilometri di velocità.
Le 15,24, tutto tacque per sempre. Oltre 20.000 morti.
Ora noi siamo sul luogo del disastro. Ogni cosa è rimasta come nel lontano 1970, a memoria delle vite che furono. I resti della chiesa, parti di edifici, strade interrotte che circondano quella che fu la grande piazza principale, un autobus ruote all’aria, tre palme e tanti fiori.
Siamo commossi e uno di noi lo è più degli altri, tanto da non riuscire a proseguire; farà ritorno al parcheggio delle auto, in silenzio, a testa bassa.
Sullo sfondo, è lassù, silente e sempre minaccioso Huascarán.
Le placide acque di Llanganuco
Ci inoltriamo fra i canaloni della cordigliera e a mano a mano che saliamo le nuvole oscurano il sole; alla nostra sinistra il ghiacciaio Huandoy (6428 m.), a destra il terribile Huascarán (6768 m.), la montagna più alta delle Ande peruviane, nel mezzo noi.
A 3870 metri di altitudine la strada ha termine, là dove fluttuano placide le acque di Chinancocha (lago femmina) e Orconcocha (lago maschio) che formano le lagune di Llanganuco.
I due bacini sono bellissimi come i dintorni, ma una pioggerella ghiacciata, accompagnata dal vento gelido consiglia di rinunciare, dopo poche centinaia di metri, alla passeggiata lungo le sponde dei laghi e di riprendere la strada della valle, verso il villaggio di Caraz.
Pranziamo in una simpatica trattoria campestre, assaggiando la prelibata pachamanca, un misto di carni e verdure cotte in un buco scavato nel terreno e ricoperto di foglie di banano e argilla.
La piazza assolata del paese di Caraz è tranquilla, non vi sono forestieri, non s’odono rumori, solo il cinguettio degli uccelli che si rincorrono fra le fronde dei rami e il riso dei bimbi vestiti a festa.
Seduti sulle panchine della piazza coloniale, assaporiamo il delizioso manjar blanco, tipico dolce a base di latte, per il quale è famosa la cittadina.
Regna la quiete della domenica pomeriggio e il nostro animo si fa poetico.
Segue














