Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Quindicesimo giorno
Chavín de Huántar: stelle e profezie in onore del Giaguaro

Mi alzo in silenzio alle quattro del mattino. Tutto tace, la notte è ancora fonda e non s’ode nemmeno il consueto latrare dei cani.
Salgo a passo felpato la stretta scala dell’albergo, quella che conduce là dove nessuno vive, oltre l’abbaino, al piccolo terrazzo che s’apre sulla valle.
Huaraz, con i suoi ottantamila abitanti, sorge a circa 3100 metri sul livello del mare; la città non è bella, non vi è molto da visitare, se si esclude il museo archeologico, perché nel 1970 fu sconvolta, come tutta la valle, dall’ultimo terribile terremoto che la distrusse assieme a gran parte della popolazione.
Brezza andina
Avvolto dal buio, respiro la brezza andina, mentre di fronte a me, lontano dove lo sguardo si spegne, un lieve solco color arancio modella le ombre. Mi stringo nel maglione di alpaca, un brivido freddo scuote i muscoli, ma non è ancora tempo di tornare al caldo della mia stanza.
Il solco si fa lama e dal riverbero del sole incipiente nasce la meraviglia.
Diradano le ombre, ora siamo soli, lei e io, la candida maestosa Cordigliera Blanca e il piccolo uomo: dipingo il mio cuore di colori ed emozioni, abbraccio la creatura della natura, roccia e neve immacolata. Mi elevo nell’infinito.
Chavín ci attende
I fuoristrada, ripuliti dal fango di ieri, sono pronti, Chavín de Huántar ci attende.
La strada sale sinuosa, supera la bella laguna di Querococha, costeggiando i ghiacciai della Cordigliera Blanca, fino al passo di Cahuish, a 4178 metri, dove un tunnel ci porta nella valle di Conchucos, alle spalle della superba catena di monti, dove scorrono i fiumi Mosna e Huachecsa, alla confluenza dei quali sorge il santuario di Chavín.
Sacerdoti astronomi
Chavín de Huántar è uno dei più antichi complessi archeologici d’America dove prosperò, fra il 1200 e il 400 a.C., una civiltà di sacerdoti astronomi dedita al culto di Choquechinchay, il Giaguaro Dorato, identificato con la stella Sirio, la più luminosa perché maggiormente prossima alla terra.
Non esisteva esercito a Chavín, non ve n’era necessità, infatti i suoi templi erano venerati da tutte le popolazioni del tempo che giungevano da località distanti anche settimane di cammino per rendere omaggio con preghiere e offerte alla divinità celeste.
I sacerdoti, astronomi di larga fama, scrutavano i cieli in ogni epoca dell’anno, riuscendo a calcolare con sicurezza i periodi ideali per semina e raccolto: errare poteva significare la morte della popolazione o quantomeno il sopraggiungere di gravi periodi di carestia. Questi religiosi possedevano conoscenze inimmaginabili, tanto da giungere a ipotizzare la rotondità terrestre centinaia d’anni prima della nascita di Cristo.
Tributo di sangue
Il Giaguaro Dorato, tuttavia, per donare prosperità esigeva un orribile tributo di sangue. Almeno una volta nel corso dell’anno, giovani virgulti erano sacrificati alla brame del dio. Fanciulle e fanciulli, preparati con cura dai sacerdoti, durante la sacra festa in onore del Giaguaro accedevano alla piazza circolare dove, precedentemente drogati col santo cactus (il Sanpedro), erano sgozzati e il loro spirito vitale s’innalzava verso la dimora della divinità a recare messaggi di ausilio per l’intero popolo.
Suolo sacro
Calpestiamo il suolo sacro dell’antica città, fra il Tempio Antico e il Nuovo, vaghiamo per le piazze e quella dei sacrifici incute qualche timore con le immagini scolpite di sacerdoti armati di coltello e cactus allucinogeno.
L’ampio piazzale di fronte al tempio più vasto sorge in una lieve depressione; brevi scalinate ne permettono l’accesso. Era qui che i dignitari ricevevano le direttive del dio crudele: attraverso bui condotti, giungeva dal sottosuolo la metallica voce modulata della divinità a impartire ordini e punizioni.
Con ogni probabilità, era il Gran Sacerdote che dai cunicoli profondi scavati nelle viscere della terra catechizzava il proprio popolo.
In parte, i labirinti sotterranei sono visitabili ancora oggi; ci infiliamo piegandoci nei meandri scuri ed è stupefacente ciò che ammiriamo: stanze, cunicoli, crocevia, una città nascosta non adatta a chi soffre di claustrofobia.
Là nel mezzo, dove quattro vie s’intersecano ad angolo retto, si eleva il Lanzón, una grossa lancia di granito massiccio che raffigura il terribile Giaguaro: zanne feline, artigli rapaci, serpenti alla cintola a simboleggiare le forze di cielo e terra.
Dopo una breve visita al nuovo museo del sito costruito con il patrocinio giapponese, torniamo verso Huaraz, non senza concederci la visita al bosco di Puya Raimondi, la strana bromeliacea che fiorisce ogni cent’anni alla quale è stato assegnato il nome del grande botanico, scienziato ed esploratore italiano Antonio Raimondi.
Dopo cena due passi sono l’ideale.
Festa in famiglia
È sabato sera, il giorno che molti peruviani dedicano alle feste in famiglia, riunioni allegre che si protraggono fino al mattino.
Dalle porte socchiuse escono note di ritmi vivaci e la voglia di festeggiare contagia anche noi. Attraverso le tende di una finestra, s’intravedono ombre di persone che ballano; rallentiamo il passo sino a fermarci.
Un sorriso incosciente sfiora le labbra, busso alla porta. Una giovane signora dopo qualche istante apre l’uscio, osserva incuriosita e perplessa i volti stranieri, ma ben presto con voce allegra ci invita a entrare.
È il giorno del suo compleanno, si festeggia fra parenti e amici, ma ben vengano questi intrusi forestieri.
Anche questo è Perù: gente ospitale dal cuore grande.
Trascorriamo alcune ore in compagnia della famiglia peruviana, dividiamo il cibo che con gentilezza ci offrono, balliamo e parliamo. Al momento di prendere concedo siamo già amici e ci lasciamo con la promessa di ritrovarci.
Segue


























