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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Quarto giorno

Cuenca e i Panama (Ecuador)

Gabriele a Cuenca

 Cuenca, con i suoi oltre quattrocentomila abitanti, è la terza città dell’Ecuador, dopo Guayaquil e Quito, ma senza dubbio è la più graziosa e il suo appellativo “Perla coloniale del sud” certo le si addice.

Le anguste vie di ciottoli, gli edifici dai balconi andalusi e le piazze armoniose rendono piacevoli le passeggiate, nonostante il centro storico sia invaso da centinaia di auto che stonano con l’aspetto quieto della città.

   La nostra avventura inizierà solo in Perù, quando abbandoneremo le strade principali per inoltrarci in lande remote, ma non per questo manchiamo di apprezzare ciò che l’Ecuador ci regala e non approfittare di un angolo di mondo ricco di colori e di eccelsi artigiani sarebbe sciocco.

Sole

La bella giornata di sole che ci accoglie questa mattina invita a perdersi nel pittoresco quartiere centrale, fra Parque Calderón, la piazza principale e le ripide scalinate di pietra che degradano fino alle verdi sponde del Rio Tomebamba, oltre il quale la strada sale al colle di Turi. La piccola chiesa omonima è in fase di restauro, ma è bello spaziare con lo sguardo su tutta Cuenca dal belvedere antistante e non può mancare la visita al laboratorio di ceramica più famoso della città, a pochi passi di distanza.

   Oggi è tempo di turismo classico e vogliamo dedicare alcune ore alla scoperta di una delle più rinomate fabbriche di cappelli Panama, quella di Don Homero Ortega.

Bé, questa proprio non la sapevo: i cappelli Panama, i Borsalino per intenderci, hanno ben poco a che vedere con la città centroamericana dell’omonimo canale, infatti, la produzione di questi copricapo è ecuadoriana.

Panama

I migliori panama dell’Ecuador, e di conseguenza del mondo intero, sono confezionati a Cuenca. La fibra proviene dalla cittadina di Montecristi, nei pressi della costa centrale, una zona umida dove trova il suo habitat la paja toquilla (paglia toquilla), un tipo di palma il cui nome scientifico è Carludovica palmata.

A Montecristi, le piante sono raccolte in fasci che vengono pestati, poi aperti per estrarre le foglie selezionate con cura. Tutte le operazioni sono eseguite a mano. Le foglie scelte sono bollite per una ventina di minuti e poi appese ad asciugare per circa tre giorni durante i quali si seccano attorcigliandosi a formare filamenti che in seguito saranno intrecciati.

Il prodotto passa quindi alle fabbriche di Cuenca dove abili artigiani confezionano i cappelli di svariate qualità, dallo standard al superfino. Quest’ultimo è costituito da una trama talmente fitta che la pioggia non riesce a penetrare e può essere arrotolato tanto da passare attraverso un anello senza rovinarne la piega.

   Pranziamo in allegria, nel patio coloniale dell’albergo, con pane, formaggio, vino e caffè, quindi proseguiamo la visita della città.

Strade

Camminando lungo le strade più discoste dal centro, incontriamo la gente dei barrios, i quartieri poveri che non conoscono il turismo. Scambiare un sorriso, una parola con i bimbi e le loro mamme infonde un senso di dolcezza e tenerezza, ma anche di tristezza disarmante. Non voglio far solo il turista, non fa parte del mio essere…sì, ma che fare per dare una mano a queste persone che spesso vivono nell’inedia? Vedo fanciulli rovistare fra i rifiuti alla ricerca di cibo, mamme che sulla soglia delle povere case fatiscenti pettinano i lunghi capelli ancora bagnati delle figliolette, un bimbo down che ci saluta con la manina…quanto si potrebbe fare con poco per aiutare!

La frenesia del “fare” mi spinge a promettere a me stesso di riproporre i progetti dell’associazione Magie delle Ande Onlus anche qui, oltre che in Perù. Ma questo si vedrà al mio ritorno.

Prezioso

Non può mancare la visita al piccolo, ma prezioso Museo de los Costumbres Aborigenos, un’interessante raccolta di reperti appartenenti alle varie civiltà succedutesi nei secoli, a partire da cinquecento anni avanti Cristo.

   L’ultima giornata ecuadoriana si conclude con la cena in un ristorante tipico. Quando Wendy, la nostra amica ecuadoriana, ce lo propone, pensiamo a un locale caratteristico fatto a misura di turista, ma ci sbagliamo.

   Nel patio antistante la trattoria, un grande spiedo ospita un intero maiale che rosola lento e, di fianco, alcune enormi padelle colme d’olio bollente friggono grossi pezzi di carne ovina e suina.

Ma non è tutto.

A parte, sempre all’esterno del locale, un forno cuoce alcuni strani roditori, completi di testa, zampe e coda. Si tratta del cuy, popolare piatto indigeno che troveremo anche in Perù. Il cuy è quello che in Italia chiamiamo porcellino d’India, un tipo di cavia.

All’interno, il ristorante è più che spartano: una decina di tavoli con le tovaglie di plastica, alcune sedie barcollanti e qualche avventore locale intento a sorbire litri di birra. Assaggiamo tutte le pietanze, alcune davvero buone, ma solo pochi di noi si azzardano a provare il cuy.

Da domani anche Cuenca sarà un ricordo.

                                                                                               Segue