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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Ottavo giorno

Condor e Alta Amazzonia

Condor

Oggi inizia l’avventura più impegnativa. Sarà un viaggio molto lungo, verso mete a noi sconosciute: attraverseremo zone deserte, saliremo le Ande, ci tufferemo nella selva amazzonica e infine risaliremo a Chachapoyas.

Deserto

Da Chiclayo riprendiamo la strada che conduce al deserto di Sechura, che solo sfioriamo deviando verso est a Olmos, giusto alle porte dell’arida pianura.

Il sole splende e questa prima parte del percorso è facile: il fiume d’asfalto sale docile i contrafforti andini, donandoci un paesaggio d’incanto composto di dolci rilievi separati da ampi canaloni che imbocchiamo per poi abbandonare e tornare a salire.

   Un punto nero si libra nel cielo di fronte a noi ci fermiamo a osservare. Che sarà? Un falco, un’aquila o uno dei tanti gallinazos, uccelli predatori di carogne?

Riprendiamo la marcia e l’avvoltoio si fa più vicino, pare indicarci la via, incitarci a proseguire con la muta promessa di uno spettacolo che presto apparirà, lassù, oltre l’ennesima curva.

Ora sono due i grandi uccelli che seguono le nostre auto, no, sono tre, quattro! Eccone un altro e un altro ancora. Approfittiamo di uno stretto spazio che si apre sul ciglio della carreggiata e scendiamo in silenzio dai fuoristrada, per non impaurire i volatili.

Condor

Non ci sono turisti, nemmeno un pastore, un mulattiere o un camion: solo noi, la leggera brezza che accarezza i bassi arbusti, la limpida volta celeste e loro.

Sono dieci, forse dodici ora i grandi rapaci che planano sopra di noi; sembrano studiarci da lontano, valutare le nostre intenzioni, poi, rassicurati, si avvicinano.

Il primo, più audace, punta le ali dalle estremità frastagliate sul nostro gruppo. È qui!, a poche decine di metri e pianta i suoi occhi furbi e vivaci nei nostri: è un condor! Sono tutti condor, femmine, maschi, adulti e giovanissimi.

È un termine spesso troppo abusato, lo riconosco, ma non saprei come meglio descrivere lo spettacolo che stiamo vivendo: mozzafiato. Siamo tutti immobili, a bocca aperta, in contemplazione, emozionati.

Non è la prima volta che mi capita di vedere i condor, ma non mi era ancora accaduto di trovarmi al cospetto di questi maestosi predatori in un luogo simile, al di fuori da itinerari turistici, in una natura incontaminata, senz’altra anima viva.

Oltre il passo

Sempre seguiti a vista dagli splendidi condor, superiamo le ultime curve e arriviamo in vetta. Abra de Porculla, con i suoi 2137 metri di altitudine, è il passo meno elevato delle Ande, abitato da un paio di famiglie che sopravvivono con la pastorizia, soprattutto pecore, capre e qualche lama, la coltivazione di patate – il tubero originario di queste terre- e con l’attività di mulattieri, trasportando le merci di prima necessità dalla strada alle borgate lontane, dove le auto non possono arrivare.

Oltre il passo, scendiamo abbandonando le Ande. Siamo presto costretti a spogliarci di giacche a vento e felpe, laddove i brulli rilievi lasciano d’improvviso il passo a una vegetazione che si fa sempre più rigogliosa, di chilometro in chilometro.

Amazzonia

A poco più di settecento metri di altitudine, si apre una grande valle popolata da risaie, coltivazioni di banane, caffè, cacao: siamo giunti in Alta Amazzonia.

La sosta nella cittadina di Bagua consente un refrigerio presso una fontanella; il clima secco delle montagne si è mutato in opprimente umidità e invidiamo gli abitanti che incrociamo lungo la via, a petto nudo o in abiti succinti, i corpi abbronzati che luccicano come appena usciti dall’acqua.

In poche ore viviamo realtà del tutto diverse, sia per il clima, sia per i costumi della popolazione. Lungo la costa, le abitudini e lo stile di vita sono simili ai nostri, in montagna prevalgono le antiche tradizioni andine, le donne portano larghe gonne a più strati e i tipici copricapo a bombetta, mentre i maschi indossano pantaloni di lana al polpaccio e i cullos, berretti lavorati a maglia con i paraorecchi. Qui, in Amazzonia, gli abiti sono solo leggere immaginazioni di tessuto.

Rame e oro

I fuoristrada corrono fra le verdi piantagioni, costeggiano villaggi di capanne, imboccano ponti sotto i quali scorrono fiumi gonfi di acque a volte melmose e sempre giallastre e marroni che parlano di miniere di rame e oro, di argento e zolfo, testimonianza di ricchezza per le imprese multinazionali, di inquinamento e sfruttamento per territorio e popolazione.

   Il grosso borgo di Pedro Ruiz è animato da commercianti, mototaxi e tricicli adibiti al trasporto di mercanzie. Proseguendo verso est, lungo la strada principale, la via s’inoltra all’interno della foresta amazzonica, ma la nostra meta è un’altra. Deviamo a sud, infilandoci nella valle del fiume Utcubamba e ci concediamo una breve sosta nel villaggio di Churuja, attratti da un gruppo di persone che gesticola.

Combattimento

Oggi è sabato, il giorno per eccellenza dedicato in queste lande a un crudele divertimento, la “pelea de gallos”, il combattimento fra galli. Dentro a una piccola arena circolare, due volatili si affrontano spavaldi, ma lo spettacolo ci fa solo tristezza e decidiamo di andarcene.

   Nei pressi del paese vi sono luoghi interessanti, quali le mummie di Karajia e la cascata Gocta; le prime sono sei sarcofagi della cultura Chachapoyas incastonati in una parete rocciosa, mentre la seconda è la terza caduta d’acqua più alta della terra, dopo il Salto del Angel in Venezuela e le Tugela Falls in Sudafrica. Il tempo a nostra disposizione, purtroppo, non ci permette la visita dei due siti – che già conosco grazie a viaggi precedenti-, ma altre meraviglie ci attendono.

Chachapoyas

Il clima cambia ancora; ora piove e la strada si fa difficile. Risaliamo, costeggiandolo, il rio Utcubamba, sfiorando l’interminabile parete di roccia: fiume da una parte, montagne di granito dall’altra e fango, tanto fango che inonda la via, mischiato a grosse pietre che evitiamo a stento.

   Proseguiamo lenti per non scivolare nel corso d’acqua. A mezza valle, infiliamo la deviazione che sale verso il capoluogo della provincia, Chachapoyas.

In soli cinque chilometri, c’inerpichiamo dal fondo valle diretti alla cittadina di 25.000 abitanti che si erge a oltre 2.300 metri di altitudine; vi giungiamo che è quasi sera, imbrattati da capo a piedi di terra, stanchi eppur felici per la conquista di una nuova meta.

Ci troviamo nel regno dei Chachapoyas.

                                                                                               Segue