Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Nono giorno
Chachapoyas e Kuelap

Chachapoyas, seppure con soli 25.000 abitanti, è il capoluogo del dipartimento di Amazonas e sede universitaria.
La cittadina non possiede grandi alberghi, ma solo spartane strutture ricettive. Il nostro gruppo, tuttavia, la notte scorsa ha approfittato di una bella pensione, la Casa Vieja, l’antico convento di San Giuseppe Operaio.
Si tratta di un bell’edificio di epoca coloniale, composto di un verde patio ricco di fiori e colori, il vecchio chiostro, circondato ai quattro lati da stretti porticati, e balaustre al secondo piano, dalle quali si accede alle abitazioni.
Atmosfera
L’atmosfera tranquilla è il motivo dominante che contraddistingue tutta la città. Vie strette e poco trafficate, a senso unico, s’intersecano ad angolo retto attorno all’unica vera piazza, dove sorgono la cattedrale e il municipio.
Passeggiando lungo le vie, non s’incrociano turisti, ma solo persone del luogo, molto operose, intente a trasportare le poche mercanzie che il territorio concede fino alla plaza. Qui il turismo di massa è sconosciuto e la gente vive di agricoltura, pastorizia e poco commercio con i paesi di fondovalle.
Gli abitanti non hanno molti diversivi, ma appaiono sereni e disponibili a raccontarsi.
Chachapoyas, quindi, è una località amena, lontana dal consumismo sfrenato e dalle notti folli delle grandi città occidentali, è una comunità per noi remota, d’altri tempi, da vivere per chi volesse scoprire – o riscoprire – il sapore di ricordi perduti, i ricordi dei nonni, dei filò serali in cui gli anziani raccontavano i tempi passati e i giovani ascoltavano attenti, ignorando tv, social e discoteche.
Ma non si cada in inganno: questa non è una regione povera di cultura e tradizioni, tutt’altro.
Florida civiltà
La città ha acquisito il proprio nome dalla florida civiltà che qui prosperò, quella dei Chachapoya. Le cronache dei “conquistadores” spagnoli e dei missionari – troppo spesso divulgatori di morte, oppressione e genocidi, più che della parola di Cristo – narrano di un popolo fiero, costituito da persone di alta statura e capelli chiari, per decenni acerrimi nemici degli Inca, dai quali difesero la propria autonomia combattendo fin quasi alla completa immolazione e cedendo all’invasore solo dopo la caduta dell’ultimo, formidabile baluardo: Kuelap.
Triste storia
Il viaggio prosegue ridiscendendo da Chachapoyas nella valle dell’Utcubamba.
La strada sterrata che corre – si fa per dire – risalendo il corso del fiume è tappezzata di buche, ma il paesaggio sopperisce al disagio dei nostri fondoschiena; l’Utcubamba è a un metro da noi e scorre placido zigzagando fra la rigogliosa vegetazione e l’erta parete di roccia.
A Tingo sostiamo qualche minuto. Il paese ha una triste storia: nel 1993 fu raso al suolo dalla piena del fiume e la maggior parte degli abitanti, terrorizzata dalle ripetute perdite di parenti e beni, decise di abbandonare per sempre il villaggio e di ricostruire le proprie case in una località più sicura, sulle pendici delle montagne.
Seguiamo il cammino percorso dagli sfortunati paesani imboccando la deviazione che sale verso Tingo Nuevo e la fortezza di Kuelap.
Tingo Nuevo
Non è semplice transitare per questa strada stretta e accidentata che, pur se poco trafficata, all’incrociare qualche vecchio carretto obbliga i fuoristrada a manovre anche pericolose, avvicinando troppo il ciglio della carreggiata privo di parapetto, oltre il quale vi è l’abisso.
Il paesaggio che si ammira è magnifico: laggiù in fondo scivola sinuoso l’Utcubamba, mentre di fronte agli occhi i monti si rincorrono, tagliati da larghi solchi, canaloni profondi verso i quali guardano diroccate costruzioni appese alle pareti, posti di guardia dei Chachapoya.
Tingo Nuevo è un villaggio ordinato, lindo con bassi edifici dipinti d’ocra, arancio e azzurro. La piccola piazza è un delicato gioiello con una fonte al centro in stile locale antico e minuti padiglioni dai tetti di paglia.
Kuelap
È ancora lungo il tragitto che conduce alla vetta, ancora sobbalzi e polvere che sopportiamo volentieri, perché lassù attende l’immortale cittadella degli ultimi irriducibili.
Dove termina la strada, si apre un grande piazzale d’erba nel quale lasciamo le auto.
C’incamminiamo in salita, ansimando mentre attacchiamo le pendici del monte di fronte, lungo un sentiero di sassi, fra rovi e fiori.
Dopo circa mezz’ora, il tratturo si fa pianeggiante e finalmente riprendiamo fiato. In lontananza s’intravede un’alta muraglia di pietra, la mitica fortezza dei Chachapoya.
Kuelap risale al XII secolo, quindi è più antica di Machu Picchu, la meravigliosa città inca costruita circa cent’anni più tardi, ma anche se meno imponente è ugualmente un gioiello architettonico.
Le sue mura di pietra alte una ventina di metri rappresentarono un ostacolo insormontabile per le orde nemiche e solo gli Inca, dopo sanguinosi assalti, riuscirono ad avere ragione dei Chachapoya e di Kuelap.
Le vie di accesso alla fortezza erano – e sono – solo tre: ripide scalinate lungo le quali solamente una persona alla volta poteva passare.
Abitazioni circolari
Due porte si aprono lungo la facciata principale, mentre la terza è situata sul lato opposto che dà su di una profonda gola, lo strapiombo che guarda il fondovalle.
Quest’ultimo passaggio, più che una vera porta d’accesso alla cittadella, costituiva l’assicurazione per la salvezza, l’ultima possibile via di fuga in caso di sconfitta.
Fra resti di abitazioni circolari e camminamenti, si elevano le tre costruzioni principali: il Tintero, del quale non è ancora ben chiara la funzione, il Castillo, dove furono rinvenute numerose mummie chachapoya e il cilindrico Torreón, probabilmente un posto di osservazione, vista la sua posizione che domina l’abisso e permette di scrutare l’orizzonte.
Mummie
Non esistono alternative, dobbiamo percorrere a ritroso tutta la strada fino a Tingo e poi tornare a risalire l’Utcubamba fino a Leimebamba, dove pernotteremo.
Ci resta ancora il tempo per la visita al piccolo e grazioso museo che raccoglie centinaia di mummie e alcuni quipu, gli strumenti di calcolo precolombiani, composti di cordicelle e nodi.
Purtroppo, l’assurda guerra per l’estirpazione delle idolatrie condotta dai frati europei nel XVI secolo ha prodotto, tra le altre atrocità, la distruzione di migliaia di quipu, fra cui quelli fonetici, veri e propri libri che raccontavano la vita, le tradizioni e la storia dei popoli andini.
Le mummie del museo, oltre duecento, provengono dalla Laguna de los Cóndores, una località a circa trenta chilometri da Leimebamba e furono scoperte per caso nel 1996.
Non esistono strade per raggiungere la laguna; per visitare quel luogo sperduto sono necessari tre giorni di viaggio a cavallo, fra l’intricata foresta: sarà la meta di una futura spedizione.
Leimebamba
Piove qui a Leimebamba; la cittadina è piacevole, la gente cordiale, non abituata a ricevere visite straniere, non ancora, almeno.
Riposiamo in una vecchia casa coloniale, adibita ad albergo e gestita dalla municipalità. Il ticchettio delle gocce che cadono sul tetto per tutta la notte concilia il sonno.
Domani sarà un’altra dura giornata di trasferimento verso gli altopiani delle Ande.
Segue





















































