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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Decimo giorno

 

Il sentiero che porta alle nuvole

Verso Celendín

Piove. Carichiamo i fuoristrada con le nostre cose e ci avviamo a piedi, radenti ai muri per ripararci dall’acqua, verso il centro.

Il brutto tempo non impedisce a Leimebamba d’essere animata: capannelli di persone incappucciate con teli cerati occupano i quattro angoli della piazza.

Profumi della vita

Gli odori di umanità, misti a quelli caratteristici del selciato bagnato e dell’acre effluvio di sterco animale, impediti a diradarsi dalla densa cappa di nuvole, non infastidiscono, sono i profumi della vita attiva, degli abitanti che, con muli e cavalli, si apprestano a partire verso i boschi per una nuova giornata di lavoro.

   Contadini, boscaioli, mercanti si scambiano bottiglie di cañazo – il forte e pestifero distillato di canna da zucchero, la peggiore, quella scartata dalla produzione di rum – e qualche manciata di foglie di coca miste a llipta, una cenere vegetale utile a estrapolare gli alcaloidi contenuti nella “pianta degli dei”.

Sì, perché la coca sulle Ande è utilizzata da millenni per rendere meno difficile sopportare fame, sete, altitudine e fatica, nulla a che vedere con la droga; la cocaina, infatti, è l’aberrazione prodotta dalla moderna “civiltà”, mediante procedimenti chimici.

Le foglie di coca, invece, sono utili alla sopravvivenza a queste latitudini.

Coca che uccide

Ricordo le parole di un curandero – lo sciamano delle Ande, il medico delle antiche tradizioni – parecchi anni fa: “La coca è da sempre conosciuta dai popoli delle Ande. Essa appartiene alle divinità, ci è stata data da loro; la coca aiuta a sopportare la fatica, la mancanza di ossigeno e la tristezza, per mezzo suo prevediamo il futuro e guariamo le infermità. Se usata saggiamente, è una pianta miracolosa, magica, ma chi non ha rispetto per essa, chi la tradisce e la usa per scopi impropri, viene punito severamente. In questi casi, la coca non dà scampo, la benedizione delle divinità si trasforma in maledizione che uccide”. (Tratto da “Magie delle Ande”, di Gabriele Poli, seconda edizione EDT, Torino 2017, prima edizione 2000).

   La meta di oggi è la città di Cajamarca; il tragitto è lungo solo poco più di 250 chilometri, ma sarà necessario l’intero giorno per completarlo, a causa della difficile strada che sale fin quasi a 4000 metri, quindi scende alla valle del Rio Marañon, ai limiti dell’Amazzonia, per risalire ancora una volta oltre i 3000 metri.

La via delle nuvole

La via che ci porta fra le nuvole è poco più di un sentiero impantanato, un tortuoso serpente che s’inerpica fra vegetazione sempre più rada fino al passo Barro Negro (3680 metri).

   Non c’è anima viva, solo il fumo denso delle nubi che avvolge quasi ogni cosa e qualche capanna che spunta dal nulla, sui cui usci pochi indigeni ci osservano senza interesse, sputando grumi di saliva mista a coca, intanto che ruminano quieti a fianco di lama e alpaca.

   Quel poco che si vede del paesaggio mette i brividi e scendiamo dalle auto solo per risalire quasi subito e calarci rapidi, in poche decine di chilometri, verso Balsas, quasi tremila metri più in basso, dove il sole torna a sorridere e il freddo ci abbandona, lasciando il passo al caldo e all’afa dell’Alta Amazzonia.

   Il posto di controllo della polizia, predisposto negli anni ottanta per contrastare il terrorismo di Sendero Luminoso che a quel tempo imperversava nella zona, si trova in prossimità del ponte sul Rio Marañon che divide le province di Amazonas e Cajamarca.

   Sendero Luminoso fu un movimento ispirato al maoismo, nato nella città andina di Ayacucho. Durante una devastante guerra interna prolungatasi per circa vent’anni, esercito e terroristi sconvolsero il paese, compiendo autentici genocidi di umili contadini.

Altro gruppo guerrigliero fu il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) di stampo guevarista che fece molti meno danni rispetto a Sendero e alle forze dello stato.

L’occupazione dell’ambasciata giapponese

Fu il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru, tuttavia, che compì l’impresa più eclatante, vale a dire l’occupazione della residenza dell’ambasciatore giapponese a Lima.

   Nel dicembre del 1996, un commando del MRTA riuscì a intrufolarsi nella residenza durante una festa, spacciando i suoi giovani componenti per camerieri. L’occupazione durò alcuni mesi, fino ad aprile del 1997, quando le teste di cuoio peruviane irruppero nella residenza del diplomatico attraverso un tunnel, uccidendo a sangue freddo i guerriglieri che si erano arresi. È giusto ricordare che il commando del MRTA non torse un capello agli ostaggi, anzi, il giorno dopo il sequestro ne liberò la maggior parte. Nonostante ciò, l’allora presidente del Perù, il dittatore Alberto Fujimori, non ebbe pietà. Anche a causa delle sue nefandezze contro il rispetto per i diritti umani, ora Fujimori si trova incarcerato a Lima.

Il sorriso

I due poliziotti sbracati ci guardano senza scomodare i propri fondoschiena dalle sedie appoggiate al muro della postazione militare, qualche venditrice di frutta e dolciumi si avvicina timida con un sorriso meravigliato: “Chi saranno mai questi disperati stranieri che si avventurano in lande sperdute come questa?”, immagino che si chiedano.

   Passiamo oltre.

Il Marañon è uno dei più importanti fiumi del Perù, affluente principe del Rio delle Amazzoni; scorre pacifico trasportando nelle sue acque giallastre tronchi e fogliame, ma la calma sorniona del suo incedere nasconde la sempre latente insidia di piene improvvise che di tanto in tanto devastano la regione.

La salita e Cajamarca

E si sale, ancora una volta in direzione delle vette andine. La strada non migliora, si arrampica stretta e tortuosa fino a Celendín, dove finalmente scoviamo, a lato del mercato indigeno, un ristorantino che offre chicharrones, pezzi di maiale fritto, e altri piatti tipici di carni e verdure.

   Gli ultimi cento chilometri di percorso sono meno complicati e quando la via si fa ampia e dritta compendiamo che la nostra meta è vicina.

Cajamarca ci accoglie col pallore dell’ultimo sole pomeridiano.

                                                                                               Segue