Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Terzo giorno
Cuenca (Ecuador)

28 luglio 2008
Questa è una data importante per il Perù. Il 28 luglio 1821, infatti, il generale argentino José de San Martín proclamò l’indipendenza del paese andino anche se, in effetti, la guerra contro l’esercito spagnolo proseguì per alcuni anni. Tuttavia, ci troviamo ancora in Ecuador e in Perù arriveremo solo fra un paio di giorni.
Lasciamo Riobamba spingendoci a sud, sempre seguendo la cordigliera delle Ande. Dopo una breve visita alla cappella di La Balbanera, che sorge sul sito della più antica chiesa dell’Ecuador (1534 d.C.), ci attende Ingapirca, la maggiore testimonianza inca del paese.
Questo tratto del percorso resta fuori dai maggiori circuiti turistici e ciò lo rende ancora più affascinante.
La cappella solitaria sembra osservare i passanti che improvvisamente si trovano davanti una delle più suggestive opere architettoniche del 1500 in Sudamerica.
Pioggerella
Non è certo la pioggerella che prende a cadere a impedirci di ammirarle rovine di questa bella città, luogo sacro dell’etnia cañari prima e inca poi. Oggi, il sito archeologico è protetto dalla stato, ma purtroppo nel passato non fu sempre così e per tale ragione fu depredato sia delle sue grandi pietre perfettamente squadrate, sia di oggetti e arredi funerari un tempo presenti nelle tombe.
Ciò che resta è tuttavia interessante. Si possono ancora ben riconoscere varie strutture, la più importante delle quali è il cosiddetto Tempio del Sole, edificio ellittico dai muri in pietra, tipici dell’architettura inca. Giusto a causa del disguido a cui Ingapirca fu abbandonata, ancor oggi appare difficile determinare la funzione che ebbe, anche se con buone probabilità si trattò di un centro cerimoniale e di un tambo, cioè una località di sosta, riposo e rifornimento per gli eserciti inca lungo la strada che collegava le due più importanti città di questa parte dell’impero: Quito e Cuenca.
Impero
In questo luogo, come in molti altri dell’impero inca, erano praticati i sacrifici umani. Wendy, una simpatica ragazza ecuadoriana che ci accompagna attraverso le rovine di Ingapirga, ci spiega la funzione di tale cruenta pratica.
Non dobbiamo stupirci, né scandalizzarci oltre misura, avverte, infatti il sacrificio umano per la religione inca e preinca non era fine a se stesso, bensì in relazione al benessere del popolo. I giovani, fanciulli e fanciulle, scelti per essere immolati erano messaggeri destinati a raggiungere la dimora del Felino Dorato o Choquechinchay, per recare alla divinità la supplica della popolazione con la richiesta di prosperità e benessere. I messaggeri, consci e onorati della propria missione, erano preparati all’evento e per lunghi mesi addestrati al sacro compito.
Prima del sacrificio erano drogati con l’essenza del Sanpedro, un succo mescalinico racchiuso nei carnosi arti del cactus omonimo.
Sacrificio
Sì, la spiegazione è plausibile, ma ugualmente fatichiamo a condividere e rabbrividiamo. Il sacrificio umano è una pratica da aborrire, ma possiamo noi giudicare e condannare? Non sono forse sacrifici umani quelli che la nostra civiltà quotidianamente compie con guerre, massacri, terrorismo, genocidi? Gli inca miravano al benessere di tutta la popolazione, ad allontanare carestie ed epidemie. Il nostro mondo mira al dio denaro.
A Cuenca, dove arriviamo nel pomeriggio, finalmente ci accoglie il sole.
Tupac Yupanqui
Situata a 2500 metri di altitudine e attraversata da tre fiumi, il più importante dei quali è il Rio Tomebamba, la città fu fondata dal grande sovrano inca Tupac Yupanqui, figlio di Pachacutec e qui nacque Huayna Capac, padre di Atahualpa e Huáscar, i due fratellastri che in seguito avrebbero dato vita alla guerra civile per la successione al trono e morte dell’impero favorendo l’invasione spagnola.
Tumibamba è l’antico nome della città inca, pur se di quella civiltà non rimangono vestigia. Approfittiamo del tempo che ancora manca all’ora di cena per concederci un aperitivo e chiacchierare con Wendy che ci accompagnerà fino al confine col Perù, dopodomani. Si tratta di una tappa tanto attesa, ma ci troviamo arricchiti da questa esperienza, nell’aver conosciuto un pezzo di Ecuador tanto misterioso.
E Wendy racconta
La vita in Ecuador è molto difficile oggi per la grande maggioranza delle persone. A dire il vero, facile non è stata mai, però dopo l’introduzione del dollaro statunitense come moneta ufficiale nel 2000, tutto si è fatto molto più complicato: nel giro di poche settimane i prezzi sono aumentati a sproposito, mentre gli stipendi rimanevano uguali o addirittura diminuivano. In breve tempo, la gente povera si ridusse alla miseria e il ceto medio alla povertà.
Nonostante le promesse dei governanti succedutisi, la crisi non si è arrestata e oggi continua ad accanirsi sulla popolazione. Rafael Correa, presidente dell’Ecuador dal novembre 2006, ha pure deluso e ora è contestato da più parti. Le scuole, pubbliche e private, sono a pagamento e pensare di riuscire ad avere una buona educazione è quasi utopia per la maggior parte della popolazione.
Wendy narra parlando sottovoce, quasi vergognandosi di aver avuto l’opportunità di frequentare l’università che ora le permette di lavorare nel turismo, un settore che ancora un piatto di riso lo concede.
Anche questa è America Latina.
Segue







































