Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Gabriele Poli
Secondo giorno
La valle dei vulcani (Ecuador)

La sveglia che suona alla sei del mattino mi trova già in piedi. Sette ore di differenza oraria con l’Italia lasciano il segno, infatti ho trascorso la notte quasi insonne, tuttavia l’aspettativa per quanto visiteremo oggi è tale che la stanchezza è presto dimenticata.
Viaggiamo allegri lungo la Panamericana. La strada è bene asfaltata solo per alcuni chilometri; abbandonata la periferia di Quito, le buche si susseguono impetuose, tanto che preferiamo lasciare la via principale per imboccare una rotta alternativa. Il nuovo percorso è sterrato, ma almeno evitiamo i continui tonfi che scuotono mandibole e cervelli.
Oltrepassiamo casolari, fattorie abitate da contadini, asini e cavalli, verdi distese coltivate, torrenti e pozze dove tori e vacche si abbeverano placidi e saliamo, con lentezza ma saliamo, verso il cielo che da azzurro si fa grigio, sempre più in alto, fino ai 4000 metri, alla porta d’entrata del Parco Cotopaxi.
La scelta di cambiare strada si è rivelata felice, infatti lungo tutto il tragitto non incontriamo alcun turista e solo quando ci avviciniamo alle falde del vulcano incrociamo qualche gruppo di escursionisti, in prevalenza ecuadoriani.
Il Cotopaxi si comporta da prima donna e al momento non si degna di apparire, preferendo nascondersi tra le nuvole che si fanno sempre più fitte e avvolgono anche noi. La montagna è la seconda vetta dell’Ecuador e, con i suoi 5897 metri, è il vulcano attivo più alto della terra.
I fuoristrada s’inerpicano arrancando, conquistano metri aggrappandosi alle reni del monte, sobbalzano e ansimano, ma alla fine raggiungono la meta. Quota 4500 metri: scendiamo cauti dai mezzi, timorosi d’essere colti dal soroche, il mal di montagna. Non riusciamo ancora a scorgere il cratere, ma sappiamo che è lì, poco oltre le dita delle nostre mani protese a indicare le nuvole. Tentiamo di avvicinarci a piedi verso l’ultimo rifugio, situato a 4800 metri di altitudine, ma l’impresa si rivela ben presto troppo difficile per noi che arrampicatori non siamo.
Pur coperti con maglioni e giacche a vento, una fitta pioggia di fine ghiaccio misto a cenere ci investe, punge le parti scoperte del corpo, fa male. Rinunciamo.
Forse impietosito, all’improvviso il Cotopaxi soffia sulle nuvole e per qualche minuto si pavoneggia delizioso davanti ai nostri occhi.
Percorriamo a ritroso il cammino, portandoci alla meno impegnativa quota di 3830 metri della Laguna Limpiopungo, un piacevole bacino ricco di fiori; il sole fa capolino e ci concede una piacevole passeggiata lungo le sponde del lago.
Torniamo a sobbalzare. I fuoristrada ora scendono sicuri fino alla Panamericana. Viaggiamo verso sud e incontriamo il villaggio di Urbina, dove una strada sconnessa ci accompagna all’antica stazione dei treni, ora adibita a spartano agriturismo. Ci rifocilliamo con il canelazo, una bollente infusione di cannella corretta con acquavite e ammiriamo i due artigiani che producono piccole sculture con la tagua, una noce dura e bianca chiamata anche avorio vegetale.
Il clima non aiuta, le nuvole gonfie si abbassano, impedendoci di fotografare il Chimborazo, vulcano spento alto ben 6310 metri, la maggior vetta dell’Ecuador. Ma è davvero spento? Pur se non vediamo la corona vulcanica che ci circonda, ne avvertiamo chiaramente la presenza. Solo una volta giunti a Riobamba, la Sultana delle Ande, riusciamo a scorgere il Chimborazo e non solo…
La cittadina è tranquilla; siamo gli unici turisti e questo certo a noi non dispiace.
Riobamba è il punto di partenza del famoso tratto ferroviario detto La Nariz del diablo (il naso del diavolo), ferrovia che un tempo collegava Quito a Guayaquil sulla costa, ma che ora termina a Sibambe per il piacere dei turisti che scoprono l’emozione di viaggiare in treno a capofitto lungo una ripida discesa, attraverso profonde gole, ponti e montagne, costeggiando pericolosi precipizi.
La piazza principale di Riobamba è vuota: solo noi e qualche timido uccello.
Brivido!
Mentre leggiamo le inquietanti notizie sulla sorte della chiesa, percepiamo un soffio, un alito sulfureo…e alziamo lo sguardo. Sullo sfondo, al lato destro della cattedrale, si scorge Mama Tungurahua.
Dieci minuti prima, al nostro arrivo in piazza, non l’avevamo notato ed è forse proprio per farci sentire la sua presenza che all’improvviso dal cratere del vulcano si alza un’imponente nube di fumo che presto oscura il cielo e rilascia la sua cenere sopra alle nostre teste, impregnando le narici di zolfo. Lo spettacolo è una forte emozione, un’immagine splendida che immortaliamo, ma che pure intimorisce.
Trascorriamo una notte piacevole in un bell’albergo immerso nel verde, ma non possiamo dimenticare i vulcani che ci stanno a guardare.
Segue




































