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Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada

(da Quito a Lima)

Gabriele Poli

Quinto giorno

Si entra in Perù

Si entra in Perù

I fuoristrada rombano mentre scaldano i motori.

Per la prima volta durante il viaggio, oggi abbandoneremo le Ande e scenderemo verso l’Oceano Pacifico per entrare in Perù.

Panamericana

La strada che percorriamo è la famosa Panamericana, la via che congiunge Fairbanks, in Alaska, all’Argentina, attraversando tutto il continente americano per una lunghezza di 26.000 chilometri. Una rete viaria prestigiosa, quindi, ma il tratto ecuadoriano è in uno stato pietoso. Certo, la strada è tutta asfaltata, ma sarebbe molto meglio che non lo fosse. I buchi che si aprono su entrambe le carreggiate sono infiniti e, nonostante la doppia trazione delle auto, siamo costretti procedere in modo molto lento, con continue sterzate e innumerevoli frenate per non debilitare ancor più i nostri fondoschiena.

Paesaggio

Il paesaggio, in compenso, è un incanto, a tal punto che gli occhi non riescono a staccarsi da panorami così diversi dalle nostre quotidianità occidentali.

   Infiliamo di seguito torrenti e canali, costeggiando piantagioni di cacao e banane, sempre più giù, fino alla costa dove giungiamo che è già pomeriggio.

   Il posto di frontiera a Zarumilla è un caos di auto, carretti, mototaxi, camion e pedoni, una torma di persone e cose che blocca il ponte fra Ecuador e Perù.

   Con non poca difficoltà, destreggiandoci fra uomini, animali e mercanzie, sbrighiamo le formalità di rito e, a passo di lumaca (letteralmente!), lasciamo la nazione che ci ha ospitati durante i primi giorni di viaggio per entrare nel nuovo paese.

Puerto Pizarro

Solo una ventina di chilometri dividono la frontiera da Tumbes, la prima città peruviana, ma il sole è ancora alto nel cielo, per cui approfittiamo per visitare una località dimenticata dal turismo, ma di grande interesse naturalistico, il Bosco di mangrovie, nei pressi di Puerto Pizarro.

Già, Puerto Pizarro.

   A poca distanza da questo quieto villaggio di pescatori, che si apre sulle placide acque di una laguna, sbarcò, durante il suo terzo viaggio in Perù, Francisco Pizarro.

Figlio bastardo di un nobile provinciale, il piccolo Francisco crebbe pascolando i maiali di uno zio materno. Privo di istruzione e addirittura analfabeta, era tuttavia ricco di ambizione e coraggio.

Gloria e denaro

Le sue peregrinazioni alla ricerca di gloria e denaro lo portarono dapprima in Italia, poi all’odierna Repubblica Dominicana (l’isola di Española) e infine a Panamá dove lo raggiunsero notizie incerte su di un fantastico regno dorato, l’Eldorado.

   Indebitatosi fino all’osso, assieme al socio Diego de Almagro, rincorse il sogno della giovinezza, imbarcandosi con pochi temerari alla volta delle inesplorate rive del sud Pacifico. Dopo i primi insuccessi, giunse infine alle coste dell’odierno Perù, dove sorgeva una ricca città con i templi ricoperti d’oro: Tumbes.

   Non riuscì, tuttavia, quella volta (correva l’anno 1526) ad approfittare delle enormi ricchezze e fu costretto a far ritorno a Panamá e successivamente in Spagna al fine di ottenere il permesso reale per la scoperta di nuovi mondi.

   Finalmente, nel 1531, riuscì ancora una volta a sbarcare a Tumbes. Qui, però, trovò una situazione ben diversa dalla precedente: la città era in rovina, saccheggiata dalle orde rivali provenienti dall’isola di Puná, sita nel golfo di Guayaquil. Si profilava così per il navigatore Pizarro un’altra avventura nelle terre lontane, ma tra il sangue.

Guerra

Era, infatti, in corso una sanguinosa guerra civile fra le popolazioni soggette agli inca. Gli abitanti di Puná, fedeli al re di Quito Atahualpa, avevano distrutto Tumbes, seguace di Huáscar.

Entrambi i contendenti erano figli dell’ultimo grande sovrano inca Huayna Cápac, da poco deceduto colpito dal vaiolo, ma di madri diverse.

   L’astuto Pizarro seppe approfittare dell’occasione, alleandosi contemporaneamente con entrambi i rivali e dando inizio alla selvaggia invasione del Perù.

   A testimonianza dello sbarco spagnolo rimane solo una croce, ma preferiamo dimenticare un momento quanto avvenuto quasi cinquecento anni addietro, per immergerci nella spettacolare vegetazione che offre la laguna.

Affittiamo la prima barca a disposizione e senza indugio navighiamo nelle basse acque del verde bacino dove ci aspettano incontri meravigliosi tra la natura incontaminata.

Fauna presuntuosa

L’intricato groviglio di rami e radici che affondano nell’acqua salata ospita una fauna ricca e presuntuosa che, per nulla intimorita dalla nostra presenza, si pavoneggia a pochi metri di distanza.

   Le acque immobili della laguna riflettono la luce del sole e il verde della vegetazione, regalando un contrasto delicato che immortaliamo.

   Aggrappati ai rami più alti delle mangrovie, numerosi iguana sonnecchiano scaldati dai raggi di Inti, il dio sole inca, pellicani chiassosi avvicinano l’imbarcazione chiedendo cibo, ma lo spettacolo più colorato è dato dalle migliaia di fregate.

Busto scarlatto

Questi uccelli volano sulle nostre teste, si rincorrono, gridano allegri, quindi planano sugli alberi e, i maschi, gonfiano gozzo e petto permettendoci di ammirare lo splendido busto scarlatto.

   Navighiamo nel bacino fino alla foce del Rio Tumbes; il clima è piacevole, le acque tiepide, ogni cosa appare deliziosa, pace dell’anima, ma ci guardiamo bene dal risalire il fiume, perché questo è abitato ancora oggi, come ai tempi di Pizarro, da terribili coccodrilli, animali diversi, pur se della medesima famiglia, dai caimani amazzonici.

Giungiamo a Tumbes a sera.

La città non è bella, ma simpatica è la squisita cena a base di molluschi e crostacei che ci attende.

Basta poco per riposare e fissare nella mente i colori, i profumi e le immagini di giornate che resteranno nei nostri cuori.

                                                                                               Segue