Dall’Ecuador al Perù in fuoristrada
(da Quito a Lima)
Primo giorno
Gabriele Poli

Il grande aereo plana leggero dopo la lunga trasvolata atlantica.
Venezuela, Colombia ed ecco Quito, capitale dell’Ecuador: inizia il mio nuovo viaggio, l’avventura che mi condurrà, lungo l’antico Cammino Reale Inca, fino a Lima, capitale del Perù.
Ho programmato con entusiasmo l’itinerario, studiando le località che andrò a visitare, ma ciò che più eccita la mia fantasia è la sensazione, quasi una certezza, che durante i prossimi giorni scoprirò luoghi sconosciuti al turismo e vivrò emozioni delle quali ancora non conosco l’intensità.
Spina dorsale
Il piano di viaggio è ambizioso. Percorrerò la spina dorsale dell’Ecuador seguendo la cordigliera andina fino a Cuenca, quindi mi dirigerò verso la costa del Pacifico dove entrerò in Perù, ormai la mia seconda patria.
Dalla città di Tumbes, dove Francisco Pizarro sbarcò nel 1531 per invadere l’impero inca, farò rotta su Chiclayo, località di notevole interesse storico e archeologico, quindi proseguirò alla volta dell’Alta Amazzonia e di Chachapoyas, capitale dell’antico e omonimo regno, antagonista degli inca.
Risalirò poi ancora una volta le Ande per giungere a Cajamarca dove il re inca Atahualpa fu assassinato dagli spagnoli e di nuovo sulla costa con la bella Trujillo.
Poi l’alta valle del Callejón de Huaylas e la Cordigliera Blanca e giù a Caral, fino a oggi la più antica città delle Americhe (2.500 a.C.) -ma sarà ancora tale? Vedremo- per giungere a Lima.
Quando ideai questo viaggio, il problema più difficile da risolvere fu il mezzo di trasporto: troppo breve il periodo a mia disposizione per utilizzare bus di linea, troppo oneroso per le mie finanze noleggiare un’automobile. Come fare?
Soluzione
La soluzione giunse durante una cena, quando alcuni amici, che già avevano viaggiato con me al sud del Perù, si entusiasmarono all’idea, proponendosi come compagni d’avventura: viaggeremo in fuoristrada dividendo le spese.
Veicoli a doppia trazione sono indispensabili per spostarsi lungo le strade impervie, spesso poco più che sentieri, che percorreremo, lontani dai luoghi turistici, nel mezzo di un mondo a noi ancora ignoto.
Saranno oltre quattromila chilometri di strade troppo spesso sconnesse.
Giungiamo a Quito che è ancora pomeriggio; ci attende una città ordinata, patrimonio dell’Unesco, fondata dagli spagnoli nel 1533, sulle rovine di quella che fu la seconda capitale dell’impero inca, distrutta da Rumiñawi, generale di Atahualpa, per sottrarla alla cupidigia degli invasori.
Al tramonto incaico, Quito fu dimora di uno dei figli dell’ultimo grande sovrano Huayna Capac, lo stesso sfortunato Atahualpa che disputò la corona al fratellastro Huáscar, signore di Cusco.
Sconfitto e giustiziato il parente, Atahualpa non ebbe il tempo di governare sull’immenso territorio perché catturato con l’inganno e a sua volta assassinato dalle milizie di Pizarro.
Delle antiche culture che vi prosperarono -quitus, caras e inca-, non rimane traccia e Quito si presenta come una piacevole città coloniale, in tutto spagnola.
La zona più interessante è certo la città vecchia. È un piacevole girare senza meta apparente lungo le strette calli ricche di palazzi dai balconi in stile moresco e immettersi nelle numerose piazze adornate di giardini e fontane.
Piazza grande o Plaza de la Independencia è allegra e colorata di fiori e persone in abiti tradizionali. Qui si erge la cattedrale e il piccolo, eppur piacevole, Palazzo di Governo.
Da bravi turisti, armati di macchine fotografiche e telecamere, ci avviciniamo alla guardie presidenziali che, senza troppo badare al protocollo, si lasciano ritrarre regalandoci un sorriso.
Sotterranei
Allontanandoci dalla piazza principale, imbocchiamo stradine secondarie e quasi ci perdiamo, attratti dal suono di una salsa che pare uscire da nascosti condotti sotterranei.
Seguiamo le note ed entriamo nell’atrio di un palazzo dove alcune signore chiacchierano serene bevendo aranciata. Sorridono nel vedere il nostro gruppo di intrusi stranieri e ci indicano una ripida scala che scende verso le cantine. È da lì che sale la musica; scendiamo con titubanza lungo lo stretto pertugio che si apre in una vasta sala, una specie di palestra, dove molti giovani ballano, bevono, ridono.
Per nulla impressionati dalla nostra invadenza, i ragazzi ci invitano a danzare con loro. Trascorriamo una buona ora in compagnia, condividendo alcune bottiglie di birra ghiacciata, poi ce ne andiamo, grati ai giovanotti per averci fatti sentire davvero giunti in America Latina.
Ci troviamo in una splendida valle, a oltre 2800 metri di altitudine, circondata da picchi vulcanici. I nostri piedi cavalcano la linea dell’Equatore, il clima è mite, la gente cordiale; Quito sarebbe un buon posto per trascorrere alcuni giorni spensierati, ma la nostra avventura deve iniziare: domani ci attende l’inquietante Valle dei Vulcani.
Segue























