GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY
GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY

DA CAJAMARCA A CUZCO: SULLE ORME DI PIZARRO (PRIMA PARTE)

Gabriele Poli

 

Cumbemayo

Ottobre 1532, Caxamarca (Cajamarca)

Le prime tenebre scendono veloci dalle cime; la città è in festa. L’esercito di Atahualpa, principe di Quito, occupa tutta la pianura e cori stonati si levano dalle migliaia di gole dei guerrieri vincitori. Le truppe di Cusco sono ormai allo sbando e la vittoria è sicura.

A pochi chilometri, Atahualpa, figlio di Huayna Capac e fratellastro del signore di Cusco e rivale Huáscar, si riposa nelle acque termali; è soddisfatto, anche se un piccolo cruccio ancora lo assilla. La notizia dell’arrivo di un gruppo di uomini barbuti, sporchi e puzzolenti –ma armati di strani bastoni che possono uccidere a distanza e accompagnati da grossi e bizzarri animali-, lo inquieta. No, non teme questi personaggi giunti dal mare, tuttavia, potrebbero rappresentare un pericolo se si alleassero con i resti dell’esercito di Huáscar.


Potrebbe risolvere il problema inviando truppe a distruggere gli intrusi, ma la curiosità di vedere all’opera le nuove armi e il desiderio di novità sono forti. In fin dei conti, ci sarà sempre tempo per eliminarli, ma occorre evitare che possano incontrarsi con i soldati di Cusco. Che fare? La soluzione migliore è di invitarli a Caxamarca.


Quando Francisco Pizarro riceve la visita degli emissari di Atahualpa ha da poco fondato la prima città spagnola, San Miguel de Piura. Come il re inca, anch’egli è indeciso, combattuto fra la paura di un’imboscata e la bramosia di tesori. Le forze a sua disposizione sono esigue, uno sparuto gruppo di avventurieri e qualche archibugio, utile più a far rumore che a ferire. Può contare sui cavalli, sconosciuti agli indigeni, che consentono di caricare con violenza il nemico appiedato e su un’arma segreta. 

A Panama, il comandante spagnolo ha fatto imbarcare alcuni barili di vino moscato, dolce e inebriante, e il frate Yepes, uno dei tre domenicani al seguito, ha provveduto a versare in alcuni di questi contenitori del potente veleno. Nessuno ne è a conoscenza perché il rischio dell’infamia è troppo alto: egli stesso, padre Yepes, ormai provvidenzialmente deceduto, e pochi altri ne sono al corrente.

La decisione è presa; se sono arrivati sin lì è per conquistare un regno –e i suoi tesori-, quindi si parte. E poi, chissà, potrebbe anche andar tutto bene, soprattutto se riuscissero a catturare il re nemico. Felipe, l’indio interprete, ha riferito che l’esercito avversario deporrebbe le armi, una volta fatto prigioniero il sovrano.


Non è ancora sorta l’alba, il sabato 16 di novembre, ma i 170 spagnoli stanno all’erta; non hanno chiuso occhio da quando, il pomeriggio del giorno prima, sono entrati nella grande piazza di Cajamarca. Gli Europei non hanno ricevuto alcuna molestia, ma tremano ugualmente. Nascosti fra i palazzi e le strette vie della città, attendono di incontrare il sovrano inca.

La sera innanzi, Hernando Pizarro, fratello del comandante, ha fatto visita ad Atahualpa; non è stato un grande incontro. Il re è borioso, scostante, ma i suoi generali hanno accettato di bere il vino avvelenato ed ora parecchi di loro sono in preda agli spasmi senza conoscerne il motivo.


È pomeriggio, il corteo reale entra in pompa magna nella piazza. Migliaia di uomini disarmati per la sciocca supponenza del sovrano, nobili che spargono petali di fiori dinanzi alla portantina regale sulla quale, superbamente assiso, Atahualpa avanza spavaldo.

Gli spagnoli restano nascosti e il solo padre Vicente de Valverde si avvicina alla portantina reale col Vangelo in mano. Il re e il religioso parlano senza comprendersi, maneggiano il libro sacro che cade al suolo.

“Santiago!”, urla Valverde; “Santiago!”, rispondono gli armati dai loro nascondigli. Tuona la piccola bombarda, è il segnale dell’attacco. Al galoppo, i cavalieri iberici si gettano sull’imperatore, lo catturano, intanto che tagliano mani, squarciano petti, recidono teste. “Santiago!”


Il sovrano è vinto, guardato a vista all’interno di un palazzo, ma i conquistadores non sono stanchi di sangue e per ore continuano ad uccidere. Alla fine, saranno almeno settemila i morti inca.

Il borioso Atahualpa ora è una mite pecorella; cerca di salvare la vita e promette in cambio agli iberici un’intera stanza piena d’oro e due d’argento.

Per lunghi mesi, carovane di lama carichi d’oggetti preziosi affluiscono a Cajamarca; centinaia di chili del metallo più pregiato del mondo arricchiscono le bisacce di Pizarro e dei suoi accoliti, ma tutto questo non basta per salvare la vita al re.


Un altro sabato, il 26 luglio del 1533, al calar della sera, Atahualpa è legato ad un palo e strangolato.


A Cajamarca arriviamo anche noi; non ci sono tesori da trafugare, non esistono nemmeno resti di architettura inca, a parte quella che è comunemente identificata come la “stanza del riscatto”, una saletta costruita con solide pietre che la leggenda vuole essere stata la prigione di Atahualpa, riempita, poi, di tesori provenienti da tutto l’impero.

La città è graziosa, il clima mite; a 2.719 metri di altezza non c’è pericolo di subire il mal di montagna. L’origine di Cajamarca risale a 3.000 anni fa, abitata, fra le altre, dalle etnie Combemayo e Otuzco prima e Caxamarca poi, fino alla conquista inca avvenuta attorno al 1450.

La Plaza de Armas, una delle più ampie del Perù, è situata sopra all’antica piazza dove il re fu assassinato. È una città tranquilla e pulita che si anima in febbraio; qui, infatti, si festeggia uno dei più importanti carnevali del paese.

Saliamo con calma la lunga scalinata che conduce alla sommità della collina di Santa Apolonia, da dove ammiriamo lo splendido panorama delle vette, della fertile valle e del centro, con la bella cattedrale barocca dalle influenze plateresche. In cima al colle vi sono i resti di un altare di pietra d’epoca Chavín che la gente del luogo ha battezzato “La sedia dell’Inca”.


Oltre a Baños del Inca, le terme di Atahualpa con l’acqua che esce a 79°C, vale la pena visitare il sito geologico di Combe Mayo, a mezz’ora di strada dal capoluogo, con misteriose caverne scavate nella roccia e solcate da petroglifi. Qui, fra alte pareti di pietra, percorriamo una scalinata di roccia alla fine della quale si apre una spianata circondata da torri di granito e grotte. Immersi nel silenzio, solo interrotto dal gemito del vento, seguiamo per un breve tratto un antico canale d’irrigazione lungo otto chilometri che, alla fine, sbocca in una diga di pietra dove i primi abitanti deviarono le acque del versante atlantico verso il Pacifico per rendere fertili le proprie terre; un autentico miracolo d’ingegneria.

 

Confronto fra due culture

A Cajamarca –il cui significato è “paese del fulmine” secondo alcuni e “regione delle spine” secondo l’Inca Garcilaso de la Vega–, ebbe luogo nel secolo XVI il confronto tra due culture antagoniste, scontro simbolizzato in una stanza piena d’oro e due d’argento. Nel secolo XXI, con le miniere di Yanacocha, Cajamarca si imbatté ancora una volta nella leggenda del prezioso metallo.


Las Ventanillas de Otuzco

Otto chilometri a nord di Cajamarca, in un faraglione del colle Llanguil, vi sono quattro grotte quadrate scavate nella roccia vulcanica e disposte su vari piani, conosciute come Las Ventanillas; si tratta di tombe della cultura Cajamarca (600-1200 d.C.). Alcune sono semplici e altre contengono diverse piccole stanze laterali. Fu un luogo “tardivo” di sepoltura, nel quale venivano depositate le ossa dei morti, poi ricoperte con una lastra.