Chavín de Huántar: UNDICESIMA PARTE
SCULTURA LITICA
di LUIS G. LUMBRERAS
Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.
Traduzione di Marisa Masucci

Introduzione alla scultura litica
L’arte litica chavinense non era propriamente scultorea, nonostante esistano più di cento sculture di teste mostruose di uomini, di animali ecc. Si trattava in realtà di una lavorazione di superfici piane, dove venivano incise immagini correlate al culto. Era un’arte associata all’architettura, sebbene alcuni pezzi fossero ovviamente indipendenti da essa, come nel caso dell’idolo principale, che, sebbene si trovi dentro al tempio, fu scolpito autonomamente, con funzione di colonna, rivestimento murario o cornice, come si verificò anche con l’Obelisco Tello.
La litoscultura o lapidaria chavinense fu il paradigma dello stile chiamato “Chavín”. Purtroppo ci sono pochi oggetti simili in altre parti e questo ha fatto sì che i termini di comparazione con la ceramica o altri materiali fossero del tutto arbitrari. Nacquero così molte interpretazioni confuse e si concesse allo stile una diffusione maggiore rispetto a quella che ebbe realmente. Nacquero così ipotesi ambiziose come quella che considerava Chavín come la “capitale” di un impero molto vasto. Ancora oggi il cosiddetto “Orizzonte Precoce” viene interpretato erroneamente come una tappa di espansione della cultura Chavín a livello pan-peruviano.
John H. Rowe (1962), riuscì a fare una separazione cronologica della litoscultura di Chavín, associandola alle diverse fasi costruttive del centro cerimoniale e ad alcune caratteristiche stilistiche derivate dalla sequenza che lui e Lawrence Dawson avevano identificato per la ceramica Paracas-Ocucaje della valle di Ica.
AB, è la fase più antica, rappresentata dalla grande Immagine ("Lanzón") legata al vecchio tempio. Per ragioni di stile le si associa una cornice in cui appaiono giaguari e serpenti.
C, è la fase relativa all’ "Obelisco Tello", che, sebbene ai tempi dell’enunciato di Rowe non contasse su prove dirette, venne confermata grazie agli scavi eseguiti nell’ ”Atrio del Vecchio Tempio”, associando diverse lapidi ad incisioni di personaggi antropomorfi e figure di giaguari simili a quelle della Cornice AB.
D, la terza fase, è costituita da un gruppo di litosculture associate al “Portico dei Falconidi”, nel Tempio Nuovo, tra le quali risaltano le colonne con immagini di uccelli antropomorfi, l’architrave sporgente con incisioni di falconidi e le lapidi dell’atrio annesso al portico.
EF, l’ultima fase, è quella che per adesso non può contare su una base empirica ed è rappresentata soprattutto dalla “Stele Raimondi”, un monumento che rappresenta il “Dio dei bastoni”, divinità molto popolare nel sud andino.
Le prove disponibili non supportano l’ipotesi espansiva della cultura Chavín, sebbene sembri essere sempre più chiaro che si trattò di un luogo molto potente ai suoi tempi, ma soprattutto come centro di concentrazione e convergenza piuttosto che di diffusione.
La Lancia Monolitica (El Lanzón)
Al centro del tempio, all’interno di un incrocio sotterraneo, si trova la scultura della Grande Immagine, il personaggio soprannaturale più importante del luogo, qualcosa equivalente a una divinità. Si tratta di un essere antropomorfo, con attributi propri degli esseri umani, ma dotato di caratteri di forza e potere che gli uomini non hanno: la bocca con due zanne immense, le mani e i piedi con artigli, i capelli e le sopracciglia trasformati in serpenti vivi.
Ha un’acconciatura – o crocchia – formata da teste di grandi serpenti o felini e una cintura della stessa composizione. È vestito con una "cushma" (ruvida camicia senza maniche degli indigeni peruviani) che termina con frange all’altezza delle ginocchia, una schiavina sulle spalle e ha orecchini ad anello, una collana con molte palline, bracciali e braccialetti. Sulla testa ha un piccolo occhio circolare con una protuberanza centrale, connesso alla parte superiore dell’idolo e sul naso ha una specie di uccello o pipistrello.
L’idolo è situato al centro di un piccolo spazio a pianta quadrangolare, nel mezzo di una galleria oscura a forma di croce: ai lati – nord e sud- ci sono due celle anguste e dietro – ad ovest – un’altra simile. Nelle pareti delle celle ci sono piccole nicchie e delle clave che fuoriescono, come se fossero servite da supporto per qualche tipo di illuminazione. La cella posteriore ha un canale che si dirige a ovest e che avrebbe permesso di ossigenare il recinto chiuso.
Verso oriente c’è un lungo passaggio, di più di 12 metri di lunghezza, che nasce da un vestibolo situato all’entrata dei sotterranei. Lì, di fronte all’idolo, a 12 metri, c’è un canale quadrangolare di 40 cm di lato, attraverso cui la mattina entrano aria e luce dall’esterno per tutto l’anno. Il sole penetra molto presto, alcuni giorni di più ed altri di meno, attraverso questo condotto, e vi rimane per alcuni minuti; ci sono mesi in cui la luce arriva appena ad alcuni centimetri dentro il canale senza raggiungere il corridoio. Nel suo stato originale – prima del suo franamento nel IV secolo A.C. – il condotto poteva captare una maggiore quantità di luce, essendo l’inclinazione del muro maggiore di quella attuale, così una o due volte l’anno, la galleria poteva essere illuminata anche di più se – come facevano gli Incas nel Qorikancha – coprivano i muri o parte del pavimento con lamine di oro che riflettevano il sole.
Solo poche persone possono entrare insieme all’interno dell’incrocio. Dalle celle laterali si può apprezzare l’immagine della lancia se la luce viene da Est, da dietro si vede solo l’ombra dell’idolo e chi si trova davanti chiude l’accesso alla luce che viene da Est. Naturalmente, si può vedere anche se si portano torce, ma in un ambiente così chiuso il loro fumo può essere tossico.
L’Obelisco Tello
L’Obelisco di Chavín è la scultura più complessa che si conosca in Perù. Si tratta di una pietra allungata, prismatica, di 2,52 metri di altezza, con una sezione di 40 cm posta sottoterra in modo da fissare verticalmente l’obelisco al centro della piazza circolare.
Sull’obelisco si trova inciso un testo che gira intorno ad un immenso drago il quale si presenta in due versioni - maschile e femminile - poste una accanto all’altra. Il Drago non viene rappresentato come un personaggio unico ma come parte di una scena composta da una gran quantità di personaggi. Mentre a noi si presenta come una intricata articolazione di immagini, le une dentro le altre, dentro campi molto simili a quelli che avevano i “glifi” degli antichi popoli che scrivevano la loro storia, i sacerdoti di Chavín erano in grado di leggere per esteso quello che si trovava inciso.
Il Drago è posto lungo l’obelisco, con la testa che guarda in su e un lungo corpo dal ventre a forma di immensa bocca, piena di grandi zanne che si incrociano. La coda sembra di un pesce e le zampe quelle di una lucertola con quattro dita provviste di artigli. Le due versioni differiscono per molti piccoli dettagli, i più significativi dei quali si trovano nel basso ventre, nella regione dei genitali. Il maschio ha un’appendice, simile a un albero, che eiacula, la femmina ha un segno che sembra una “S”.
Il drago ha la testa di coccodrillo, con quattro grandi zanne che escono dalla mascella e passano sopra la mandibola. Questo è un dettaglio che differenzia i coccodrilli dai caimani, che escono i denti mascellari quando hanno la bocca chiusa. Il Drago deve quindi riferirsi alla fiera che vive tra il fiume Chira e la conca del Guayas, in Ecuador. Non ci sono coccodrilli in altre parti del Sudamerica; non ci sono in Amazzonia dove, al contrario, abbondano i caimani. Questo lega il Drago al mullu (Spondylus) e al pututu (Strombus).
Tutti e tre sono animali dei mari equatoriali. Nell’Obelisco appaiono i due molluschi associati al Drago maschio: il mullu davanti alla sua faccia e il pututu vicino ai genitali. Di fronte alla faccia della versione femminile ci sono tre personaggi; un uccello, un pesce e un felino (l’aria, l’acqua e la terra). Tra i tre personaggi e la conchiglia Mullu, al centro, c’è un disegno che mostra una catena di segni ad “S”, molto simili a quelli che hanno i genitali femminili (sarà qualcosa legato alla fertilità?). Davanti al braccio anteriore del maschio c’è un segno a forma di croce, uguale a quello che l’idolo della Lancia ha sulla testa; di fronte all’altro braccio c’è un altro uccello, che potrebbe essere un pappagallo.
I tre personaggi felino-uccello-pesce, la conchiglia Spondilus e i tre segni speciali sono tutto quello che si trova fuori del corpo del Drago; sono 7 immagini indipendenti ed autonome. Le altre, che sono molte (65 in totale; per cui ce ne sono 72 incise nella pietra) fanno parte della complessa struttura corporale del Drago. Ognuna delle immagini è legata alle altre, formando parte del dorso, del collo, delle anche, della coda e delle braccia del mostro. Inoltre ognuno dei personaggi “interni” ne contiene altri, che fungono da attributi. La maggior parte dei personaggi si duplica, uno nel corpo del maschio e l’altro uguale o simile in quello della femmina. Quasi tutti hanno qualche attributo di ferocia, come le zanne o gli artigli, che devono essere segni di sacralità. Ma ci sono anche figure di piante, fiori e frutti. Sarà una mappa di costellazioni?
Qualunque sia la lettura dei personaggi che stanno formando il corpo del Drago con testa di Coccodrillo, ciò che non lascia dubbi è che si tratta di un’immagine legata a personaggi che vivono nelle terre umide tropicali del nord: i felini, gli uccelli, i pesci e i serpenti e, chiaramente, i molluschi. Tutti fanno parte della mitologia andina, che perdurò fino al secolo XVI, quando gli europei arrivarono in Perù.
L’unico oggetto che i sacerdoti e gli dei chiedevano ai pellegrini era il Mullu, che appare associato al grande Drago e al suo contesto selvatico e marino. Il mullu rappresentava qualcosa come il messaggero degli dei dell’acqua, forse serviva persino a “chiamare” l’acqua e chi lo portava veniva annunciato dal pututu. L’obelisco, ubicato al centro della piazza circolare o in qualsiasi altra parte, era un primitivo "Intiwatana" (orologio solare) che serviva ad indicare i giorni, i mesi e le stagioni dell’anno. Esso inoltre ne conservava i misteri in un testo che potevano leggere soltanto gli iniziati.
Il Portico dei Falconidi
Sulla facciata del Tempio Nuovo c’è un frontespizio, bello, al centro del quale si trovano due colonne cilindriche di pietra nera che sostengono un architrave sporgente, a mo’ di cornice, la cui metà sud è di pietra bianca, mentre quella nord di pietra nera. Ci sono tre gradini e un sentiero, anch’essi di pietra bianca verso sud e nera verso nord.
Le colonne sono interamente incise con immagini di due uccelli mitici antropomorfi, una femmina a nord e un maschio a sud. Sulla superficie visibile della cornice sono intagliate le figure di sette uccelli che vanno da sud al nord e altrettanti che procedono in direzione contraria. Ci sono inoltre due file di maioliche, della stessa altezza del frontespizio (quasi tre metri), bianche a sud e nere a nord, che servivano da zoccolo per la grande facciata del tempio.
Gli uccelli sono falconidi, cioè rappresentazioni di uccelli carnivori, come i falchi, le aquile o i gheppi, che abbondano nei cieli andini. Non sono, naturalmente, ritratti di specie viventi; al contrario, sebbene siano senza dubbio falconidi, sono dotati di una serie di attributi che li sacralizzano o li mitizzano in funzione dei codici chavinensi: hanno, dietro il becco, bocche feline, con grandi zanne che si incrociano e le loro piume sono serpenti, il ventre è una bocca piena di denti e zanne.
Le figure non rappresentano lo stesso personaggio; la prima è diversa, ma quelle che seguono vanno in coppia, ognuna delle quali rappresenta un particolare falconide. Sono di profilo, come se stessero camminando. In cambio, i falconidi delle colonne sono delle dimensioni e della forma di un essere umano, vestiti, con ali spiegate e la testa di "Waman puma" (un falconide con atributi felini). Nel corpo di questi esseri mitici c’è una serie di altre piccole figure, sia a forma di pesci che di uccelli molto piccoli o di teste mostruose con grandi denti, o semplicemente di bocche con zanne. I serpenti sono numerosi. Un dettaglio interessante è che, mentre il maschio sta camminando, con i piedi uno dietro l’altro, la femmina è ferma, con le gambe aperte e, secondo alcuni archeologi, con l'organo sessuale provvisto di denti.
Naturalmente non si trattava delle uniche rappresentazioni di uccelli; ce n’erano molte altre negli ornamenti dei templi. Le cornici che coronavano tutto il fronte orientale della grande piramide avevano incisioni – nella parte visibile – di personaggi simili, solo che si trattava di uccelli e non di esseri antropomorfi; con le ali spiegate, come se stessero volando. Nella cornice del lato occidentale insieme alle figure di grandi serpenti, si è trovata l’immagine del felino.
L’architrave dei giaguari
Quando si saliva dalla grande piazza quadrangolare, in direzione della facciata del tempio maggiore (Tempio Nuovo) si percorrevano scalinate molto ampie, superbe, di pietre bianchissime. La piazza era ornata con colonne cilindriche apparentemente levigate che sostenevano un architrave con le immagini di quattro felini che stavano insieme, a coppie, seduti uno accanto all’altro (e non in fila), in modo da formare una composizione con teste appaiate, unite attraverso una sola grande bocca – come se si trattasse di siamesi - e un corpo allungato, come se si trattasse dell’immagine di un sauro, con due paia di zampe. Ma non è un sauro: a Chavín, il dettaglio delle teste è un indicatore fondamentale per identificare l’immagine, e le bocche e le orecchie di questa composizione sono quelle che appaiono nei felini di altre rappresentazioni e in relazione alle lucertole. La posizione delle loro gambe – una davanti e l’altra dietro- ricorda quella dei sauri, ma anche l’immagine quasi ritrattista di un felino dipinto sui muri di Sechín. I felini fermi sono seduti, con le zampe dirette in avanti. Questo dettaglio e il fatto che tra le gambe ci siano piume o squame, ha fatto pensare ad alcuni analisti che si tratti di draghi come quello presente nell’Obelisco Tello.
Come tutte le altre figure di Chavín, anche qui i personaggi guardano verso il centro, alcuni da nord e altri da sud.
Vicino a queste scalinate, qualche volta, qualcuno ha seppellito i resti di una bella colonna di pietra nera, su cui erano incise immagini di felini, in stile molto antico, dell’epoca dell’idolo della Lancia e che non sembra avere formato parte della facciata dei Giaguari.
La stele Raimondi
Siamo di fronte ad una delle più famose lapidi di Chavín. Da quando fu portata a Lima, nel 1873, per il Palazzo dell’Esposizione, si è trasformata in un simbolo del Paese. È costituita da una lastra di pietra rosa, di quasi due metri di altezza e 73 cm di larghezza e solo 17 cm di spessore, con una faccia incisa e l’altra liscia.
Non si sa dove fosse ubicata in origine; quando fu trovata, già gli abitanti di Chavín l’avevano trasferita al paese e lì la usavano per fini domestici (come tavola di mensa). Era una lapide fatta per rivestire pareti e doveva trovarsi in qualche posto del tempio nuovo, attaccata a qualcuno dei suoi muri.
In realtà si tratta di un pezzo atipico. L’immagine di un essere antropomorfo, fermo, che sostiene dei rami o bastoni con entrambe le mani, è molto antica e popolare nel sud delle Ande: nei deserti di Ica, ad Ayacucho, nella valle del Cusco e nell’altopiano del Titicaca. Lì appare nella stessa epoca che a Chavín o anche prima e potrebbe essere il prodotto del contatto tra i popoli di Ica e di Chavín, nei tempi iniziali di Paracas.
Si tratta di un personaggio dall’aspetto strano. Un essere antropomorfo, con fauci di felino e artigli nelle mani e nei piedi, che sostiene dei bastoni frondosi di volute e serpenti. Sopra la testa, come se fosse un’acconciatura di piume, una successione di quattro personaggi che potrebbero essere una sorta di elaborate immagini di serpenti. Tutte hanno una bocca a forma di U, con paia di denti, un paio di zanne e un dente triangolare centrale che coprono il labbro inferiore (bocche agnatiche).
L’altare del Choqe Chinchay
Probabilmente fu la roccia di fondazione del tempio e apparentemente non fu mai rimossa dalla sua ubicazione originale. I sacerdoti di Chavín la scolpirono, dandole una superficie piana e due lati paralleli. Sulla superficie scavarono 7 pozzetti circolari, disposti in maniera molto simile all’ubicazione delle 7 stelle della costellazione di Orione, con le “tre marie” (chiamate “Patáa” in lingua yunga) e i loro quattro guardiani. La posizione dei pozzetti permette, d’altra parte, di identificare le parti che danno forma alla figura del giaguaro che disegnano i chavinensi: le zampe, la testa e la coda alle quattro estremità, e il petto, il ventre e le anche che formano il corpo. In molti disegni dell’epoca antica di Chavín, questo si presenta in modo evidente.
Orione ha potuto essere la “costellazione del giaguaro” per i chavinensi, onnipresente. È la costellazione più brillante del cielo e appare durante tutto l’anno, anche quando esce dall’orizzonte in distinti momenti nel corso dei mesi. La sua ubicazione allo zenit o orizzonte orientale può permettere di misurare le ore ogni notte. Ciò significa che in determinati giorni dell’anno cadrà in punti fissi, che marcano con la loro precisione momenti importanti della vita dei chavinensi. L’altare, con i suoi pozzetti, può essere solo la sua rappresentazione, che può perfino brillare quando si riempie con acqua, però potrebbe essere anche uno strumento per fissare con precisione i punti dello zenit. Molti popoli dell’antichità lo facevano in questo modo, con il riflesso delle stelle nell’acqua.
L’altare si trova in un luogo speciale, al bordo della piattaforma che circonda la grande piazza quadrangolare, di fronte all’edificio sud del tempio.
Le teste chiodo
Nella parte alta dei templi, sotto le cornici, c’era una fila continua di teste scolpite in pietra, sufficientemente grandi per apprezzarne i dettagli da terra, tra i 14 e i 20 metri più in basso. Solo le teste, come se fosse un’esibizione dei decapitati che i cacciatori di teste di altri popoli espongono nella parte più importante delle loro case. Le teste esposte potevano essere di nemici catturati in guerra, o di gente vicina, di cui si voleva preservare la memoria.
In alcuni casi i corpi venivano mangiati – cannibalizzati – seppelliti o cremati, a seconda dei costumi del popolo. A Chavín sembra che si trattasse di pratiche o riti antropofagi, come quelli rappresentati nella Galleria delle Offerte: una parte delle offerte presenti depositate nel tempio era una grande quantità di resti umani, cotti o arrostiti allo stesso modo in cui lo erano i resti di uccelli, pesci, selvaggina, alpaca o altri animali.
Senza dubbio, le zanne e gli artigli che costituiscono gli attributi dei personaggi sacri, più che una ostentazione di terrore, erano la rappresentazione sacralizzata delle relazioni di potere tra le genti e i popoli. Il cannibalismo non era una proprietà esclusiva di templi; era una pratica generalizzata anche nei villaggi di pescatori e agricoltori di tutto il territorio. Se gli europei fossero arrivati a quel tempo, i loro contatti sarebbero stati con cannibali, con costumi simili a quelli dei popoli che conobbero e che adesso costituiscono la Colombia e gran parte del Brasile. Certo che nel secolo X a.C.ancora esistevano popoli cannibali in Europa, pratica generale nel continente nei periodi storici precedenti. In Perù, quando si definirono gli Stati, a partire dal V secolo d.C., insieme alla nuova forma di organizzazione che imposero, sparì il cannibalismo, però le “teste chiodo” continuarono ad usarsi fino al secolo X della nostra era.


