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Chavín de Huántar: SETTIMA PARTE

di LUIS G. LUMBRERAS

Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.

Traduzione di Marisa Masucci

 

 

Il Lanzón

CRONOLOGIA

Introduzione all’architettura Chavín


Chavín è una costruzione complessa, di cui conosciamo solo una parte, che si è preservata grazie alla sua monumentalità. Ci sono prove che il centro cerimoniale avesse come nucleo questo settore monumentale, ma che altre parti, oggi coperte o distrutte, si prolungassero per più di un chilometro verso nord, dove è collocato il paese attuale.

Lo spazio cerimoniale conosciuto è formato da una serie di edifici di aspetto massiccio, che sono considerati templi dagli archeologi, per la funzione religiosa che si attribuisce loro. Si tratta di una serie di piattaforme i cui muri hanno una forte pendenza, il che conferisce loro un profilo piramidale. Secondo quanto sappiamo, non furono costruite in una sola volta, ma l’aspetto che hanno oggi è il risultato di una serie di aggiunte progressive. Una di queste piattaforme, battezzata dagli abitanti del luogo come “il Castello”, è una piramide maggiore, risultato finale delle ricostruzioni dell’ edificio noto come Vecchio Tempio, la cui caratteristica più evidente è la presenza di un passaggio interno dove è alloggiato un idolo di pietra conosciuto come “la Lancia”, El Lanzón.

Il Vecchio Tempio ha una piazza circolare nell’atrio che serve da ingresso, ad Est, mentre il Tempio Nuovo, che derivò dall’aggregazione di diverse strutture, ha una piazza quadrata nella sua parte orientale. Ognuno di essi era dotato di un’entrata principale con portico, di cui restano solo alcuni resti insieme al Tempio Nuovo ed appena alcune vestigia nel Vecchio. Il portico del tempio Nuovo è stato battezzato Portico dei Falconi, per le incisioni ritrovate nelle sue pietre. Esso era preceduto da un atrio e da un insieme di scalinate che salivano dalla piazza quadrata, dove si trovavano litosculture molto belle che servivano da architravi, colonne o lapidi e che rappresentavano personaggio dello stile Chavín.

I templi costituivano il centro della funzione cerimoniale, ma era presente anche tutta una serie di servizi, come piattaforme, piazze e terrazze, a diversi livelli, unite le une alle altre attraverso sentieri e scalinate. Quasi tutti questi edifici ed annessi venivano costruiti con molte spese e molta cura, con pietre di diversi colori, portate da luoghi diversi della terra andina.

A fini liturgici e ornamentali, negli edifici si trovavano inoltre complicati parafernali, formati da colonne, cornici, architravi, lapidi, obelischi e sculture annessi ai muri o alle piazze, trasformando lo spazio cerimoniale in uno scenario molto bello, ornato dalle immagini degli dei e dei demoni che popolavano il panteon chavinense.

Non conosciamo la condizione degli edifici o dei servizi destinati a supplire alle necessità domestiche, che sicuramente oggi si trovano sotto le case dell’attuale popolazione, però non ci stupiremmo se fossero ugualmente eleganti. Sappiamo che il vasellame domestico ed altri beni di consumo non differivano da quelli che si usavano nei templi a fini rituali, forse ad eccezione di alcuni pezzi scelti.

Sembra una ipotesi accettabile che gli abitanti stabili di Chavín fossero solo pochi sacerdoti e i loro ausiliari di servizio, mentre la maggior parte dei suoi utenti erano pellegrini che arrivavano in questo luogo in cerca di “oracoli”, portando offerte di diverso tipo, e che potevano rimanere nel centro cerimoniale per lunghi periodi.

La cronologia di Chavín.


A sud del Wacheqsa si trova il settore dei templi, conosciuto come “il Castello” e che costituisce la parte visibile, nonostante sia stata lo stesso coperta di terra, disboscamenti e da successive abitazioni civili che seguirono all’abbandono del centro cerimoniale.

Quando Julio C. Tello, Wendell C. Bennett ed altri ricercatori iniziarono gli scavi a Chavín, si vedeva molto poco; José Toribio Polo, che lo visitò nel 1871, disse che “non rimane in piedi altro che un pezzetto di tenda e una lunga parete dell’ala sinistra”. Sia Tello sia Bennett conoscevano soltanto alcuni monticelli, sui quali, tra l’altro, c’erano fattorie di contadini, campi coltivati, porcilaie ed altri servizi rurali.

Attraverso gli scavi di Bennett, fatti nel 1938, ma soprattutto grazie a quelli di Tello nel 1919, 1934 e 1941, si constatò che il tempio era stato coperto dalle macerie dei vecchi edifici, frutto di una continuata rioccupazione del luogo. In effetti, negli scavi dell’Atrio della Lancia e in quelli fatti in altre sezioni dei templi dopo il 1966, questa successiva rioccupazione si rese evidente, avendo dato luogo a una serie di strati di vari metri di spessore.

Grazie agli scavi realizzati dal personale dell’Università di San Marcos, tra il 1966 e il 1973, si capì che l’abbandono del centro cerimoniale era stato associato a un grave disastro, probabilmente un terremoto, che aveva lasciato inutilizzate le costruzioni dedicate al culto, per cui il centro era stato abbandonato. Inoltre, attraverso opere di terrazzamento e drenaggio, nelle epoche Huaraz, Mariash e Callejón erano state costruite abitazioni civili, con una progressiva riduzione demografica. I contadini avevano occupato lo spazio utilizzato precedentemente solo dai sacerdoti.

Da allora gli eleganti edifici dell’epoca Chavín, che adesso stanno riapparendo vicino agli scavi archeologici rimasero sotto terra.

Attraverso il carbonio 14 è stato possibile collocare l’epoca più antica del tempio intorno al 1200 a.C, poichè la fase dell’ apogeo fu intorno al 1000-800 a.C, e il suo declino intorno al 400 a.C. Qualche tempo dopo la sua distruzione, agli inizi della nostra era, il luogo fu rioccupato da modesti contadini che costruirono le loro case sulle macerie, dai portatori della ceramica Huaraz verso il secolo I d.C, da quellli che usavano la ceramica Mariash (Recuay) verso il secolo IV e, finalmente, nel corso di vari secoli, fino all’epoca coloniale, dai portatori delle varie fasi della ceramica chiamata Callejón.