Chavín de Huántar: DECIMA PARTE
ARCHITETTURA
di LUIS G. LUMBRERAS
Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.
Traduzione di Marisa Masucci

L’architettura del tempio antico
L’identificazione del tempio Antico è ancora incompleta, essendo iniziata da poco: il Tempio Nuovo, infatti, è stato costruito su di esso. In realtà sono stati identificati solo la parte principale – a forma di U, al cui interno si trova l’immagine di un grande idolo scolpito nella pietra, noto come Lancia – e un atrio con cornici e teste scolpite nella pietra, al cui centro si trova una piazza circolare posta in basso che viene erroneamente chiamata da alcuni anfiteatro. Degli altri edifici ci restano solo vestigia e indizi.
Oltre al corpo centrale, si trovano due piattaforme annesse al tempio: una a nord, prossima all’ala sinistra che guarda verso l’interno, chiamata Tempio Nord o settore D, e un’altra al sud, più lunga e distante, chiamata settore F. Altre prove permettono di estendere l’area del Tempio Antico fino all’estremo nord del paese, nella zona chiamata Urabarrio, nome con cui Richard Burger chiamó la ceramica caratteristica di questo luogo. Qui Marino González trovò costruzioni megalitiche e gallerie in stile Chavín.
Il Tempio Antico subì una serie di modificazioni che variarono la forma del progetto architettonico originale. Secondo i dati di cui disponiamo, la piazza circolare posta in basso, inscritta nell’atrio, è parte di una piattaforma aggiunta alla prima versione del tempio. Questa piattaforma, con le sue lapidi finemente scolpite ed incise, con le sue gallerie delle Offerte, dei Tritoni e dell’Accampamento, corrisponde apparentemente all’ultima fase del Tempio Antico. A questa aggiunta se ne sommano altre, come quella presente a sud, con gallerie come quella delle Travi Ornamentali, in cui si trovano incisioni di animali marini mitici.
Alcuni riscontri isolati, come quello di un’immensa colonna di roccia nera, rotta in molti frammenti e sotterrata, segnalano la presenza di strutture fino ad oggi sconosciute. Questa colonna, di quasi 1 metro di diametro, presenta incisioni nel vecchio stile Chavín.
Il Tempio Antico possedeva begli ornamenti. La piazza circolare semi interrata aveva un muro nel cui fronte occidentale, dove fa luce il sole nascente, si trovavano due file di lapidi incise: quella inferiore, con pietre di diversi colori e con immagini di felini, e quella superiore con una processione di personaggi che sembrano musici e danzatori. Probabilmente al centro di questa piazza circolare si trovava l’Obelisco Tello.
Nella piattaforma che la circonda si costruì la galleria che abbiamo chiamato delle Offerte, dove è stato rinvenuto un vero tesoro, depositato sicuramente per commemorare la costruzione dell’atrio. Un’altra galleria, ancora non scavata, conserva offerte in conchiglie di mare, soprattutto delle specie Spondylus princeps e Strombus galeatus.
Nella sopra menzionata piazza circolare posta in basso ci sono anche due scalinate allineate secondo l’asse est-ovest, una in entrata e l’altra in uscita. Attraverso quella ad ovest si accedeva ad una piattaforma che probabilmente aveva tre vani – uno centrale connesso con due laterali – dalla quale si saliva alle installazioni della navata centrale del tempio. Dal vano centrale partiva una scalinata che portava fino alla parte più alta del tempio, dove si trovava un recinto che sparì nell’alluvione del 1945. La scalinata del vano sud, della quale esistono alcuni gradini, conduceva all’insieme di gallerie che si trovano associate alla Lancia. Quella del vano nord è ancora coperta dalle deposizioni successive. Tutte queste scalinate erano interne, cosicché dall’atrio se ne apprezzavano solo le entrate.
La piazza circolare semi interrata e i suoi fregi
La piazza circolare semi interrata, lastricata con pietre gialle, è uno spazio sacro ubicato al centro di una piattaforma quadrata a 2,10 metri di profondità. Ha un diametro di 21 metri ed è divisa in due metà, una occidentale, annessa alla piattaforma centrale, ed una orientale. Il muro occidentale fu coperto da due serie continue – una sopra l’altra – di lapidi incise, quella inferiore di circa 30 cm di altezza per 60 cm di larghezza, con immagini molto realistiche di felini visti di profilo, e quella superiore di circa 60 cm di lato, con personaggi organizzati in una sorta di processione nella quale appaiono trombettieri o suonatori di pututu – una lumaca marina dal suono profondo -, un portatore di rami di cactus San Pedro e alcuni danzatori.
Nelle lapidi superiori, la processione di musici e danzatori è incisa su entrambi i lati della scalinata occidentale della piazza circolare e solo in questo emiciclo. Adesso ne rimangono solo 5, però ce ne dovettero essere 14 in ogni lato. Essi – anche i felini della parte inferiore del muro – si dirigono dai due lati verso il centro, in modo che quelli che vengono dal nord vanno verso sud e viceversa. Guardano verso la scalinata, sebbene ce ne sia almeno uno – o due - per ogni lato che si rivolge verso il centro della piazza, dove doveva trovarsi l’Obelisco Tello. Mentre la maggior parte è di profilo, questi ultimi sono di fronte. I musici e i danzatori sono abbigliati molto bene, con corone, mantelli e ornamenti simbolici che sicuramente indicano il loro posto nella gerarchia.
Nelle lapidi inferiori tutti i felini camminano da nord a sud, verso la scalinata. Le loro teste sono fondamentalmente uguali, ma i corpi, a coppie, sono differenti. Probabilmente questa individualizzazione permetteva ad ognuno di loro di rappresentare qualcosa di diverso. Si sarebbe tentati di pensare che rappresentassero costellazioni o forze cosmiche differenti. I felini accompagnavano dal basso i dignitari, che occupavano un posto separato nella processione.
Tutti – musici, danzatori e felini – avanzano verso il centro seguendo la stesa direzione dell’ombra dell’Obelisco al mattino durante tutto l’anno. Nel solstizio d’inverno (21-24 giugno), quando sta per iniziare l’annata agricola, l’ombra punta verso sudest e “cammina” verso il centro, dove si dovrebbe trovare l’Obelisco.
L’Architettura del Tempio Nuovo
Questo è l’edificio più conosciuto a Chavín. Sebbene abbia un’organizzazione spaziale che segue lo stesso asse Est-Ovest del tempio antico, guardando verso oriente, che in questo caso coincide con il corso del fiume Mosna, si nota che si tratta di un progetto diverso, in cui le istallazioni anteriori passarono a un livello sussidiario o furono coperte o distrutte.
Il tempio nuovo ha il suo nucleo principale in una immensa piattaforma tronco-piramidale, che è il Tempio Maggiore, formatosi a partire da vari aggregati all’ala sud del Vecchio Tempio. L’edificio era totalmente circondato da una cornice di pietre con immagini di uccelli, serpenti e felini, incise sui loro lati visibili, e situate immediatamente sopra ad alcune teste antropomorfe scolpite in pietra e aderenti al muro, conosciute come “teste-chiodo”. Tutto questo a circa 12 metri dal suolo, nella parte dove erano visibili fini pietre lavorate che rivestivano il tempio.
Sebbene non ci siano informazioni molto chiare, tutto sembra indicare che, a circa 4 metri sotto la cornice, l’esterno del tempio fosse intonacato e coperto da una serie di personaggi modellati in argilla e dipinti con colori diversi, tipici delle costruzioni omologhe della costa (Moxeke, Garagay ed altri). Inoltre, gli otto metri inferiori della parete sono costituiti da pietre di tufo che, ovviamente, non rappresentavano la superficie visibile. Negli scavi si sono trovati resti di intonaci spessi e ben rifiniti, molto frammentati. Alcuni di essi mostravano impronte di corde e canne sulla superficie interna e su vari frammenti era possibile individuare dipinti con immagini curvilinee. Nel terzo inferiore, nella zona dello zoccolo, il tempio era ornato con lapidi, colonne, portici e sporgenze con incisioni di personaggi sulle loro superfici visibili.
Il Tempio Nuovo aveva un portico spettacolare, a cui si accedeva attraverso una sequenza di scalinate che provenivano dal fiume. Il portico era formato da due colonne di pietra nera – cilindriche e totalmente ricoperte da incisioni che mostravano aquile umanizzate – che sostenevano un architrave sporgente formato da almeno tre maioliche sulle quali – a loro volta – erano incise le immagini di 7 falconidi di profilo da un lato e, probabilmente, altre 7 che convergevano dal lato opposto.
Il portico era fiancheggiato da uno zoccolo di circa due metri di altezza, con maioliche di pietra chiara verso sud e di pietra scura verso nord. Era la base di un muro che proteggeva le scalinate dall’esterno, formando così una galleria uguale a quella che si conserva ancora nel lato nord del Tempio Maggiore. Questa galleria con due scalinate iniziava nel portico e saliva verso la cima della piramide, dove si trovavano due recinti quadrangolari e l’ingresso a varie gallerie del tempio. Davanti al portico c’era un piccolo atrio rettangolare, il cui muro perimetrale era ricoperto da maioliche su cui era incisa una serie di incisioni di personaggi ovviamente legati al culto.
Verso oriente si apre una grande piazza quadrangolare, di 50 metri di lato, con una scalinata al centro di ogni lato, recante fregi che sono andati perduti. La scalinata occidentale, che dà accesso alla piattaforma sulla quale si trova il piccolo “Atrio delle Lapidi”, aveva un portico con architravi sulle quali erano incise immagini di personaggi che potrebbero benissimo essere coppie di felini o, come suggeriscono alcuni archeologi, caimani o coccodrilli molto stilizzati. Lì vicino è stata ritrovata una colonna sulla quale però non ci sono incisioni.
La piazza è circondata da una piattaforma ed ha inoltre altre due piattaforme laterali più alte – a nord e a sud – che danno origine a una nuova versione di edificio a forma di U. Sebbene adesso quasi non esista più, fino a prima del 1945, nell’estremo orientale dell’asse che attraversa il centro della piramide e la piazza, si osservava una catena di recinti rettangolari, simili alle celle che si trovano dentro le gallerie.
C’è molto di più. Terrazze, gallerie, canali e altri resti architettonici sono ancora riconoscibili nei dintorni del tempio, fino a coprire tutta l’area triangolare che si trova tra i due fiumi.
Spiegazione dell’ubicazione cardinale degli edifici
L’orientamento degli edifici costruiti nei centri cerimoniali dell’epoca Chavín non era casuale: al contrario, faceva parte della ragione per la quale erano stati costruiti. Tutti gli edifici seguivano lo stesso orientamento, anche quando erano costruiti a notevole distanza l’uno dall’altro.
Quasi sempre l’ordine degli edifici o dei muri, dei loro passaggi o delle piazze, così come le ombre dei muri e delle piattaforme, aveva una relazione con qualche fenomeno cosmico o naturale. Un buon punto di riferimento poteva essere il luogo in cui si trovava un’alta montagna, dove dimorava il gran Apu Wamani (l’Essere tutelare che cura il benessere degli abitanti della terra) o dove si trovava la "paqarina", che è una grotta o un lago dove, secondo la mitologia, nacquero i primi abitanti. Si trattava di elementi naturali che si diffondevano nello spirito della gente.
Ma erano i fenomeni cosmici più lontani a rappresentare punti di riferimento più precisi per le attività dei pescatori, degli agricoltori o di qualsiasi abitante del pianeta Terra. Il posto dove “nasce” il Sole è ad oriente o “levante”, ma non è mai lo stesso, e non lo è nemmeno ad occidente o “ponente”. Nel corso dell’anno il punto dove nasce o muore cambia da sudest a sudovest e viceversa ad ovest. In realtà, si trova ad est solo poche ore, due volte all’anno, sull’equinozio; in cambio rimane due o tre giorni sui tropici del Cancro o Capricorno, quando cominciano l’inverno e l’estate, che in Perù sono le epoche di siccità e di pioggia nella sierra, di discesa dei fiumi o di letti secchi nella costa. Tutto il nostro calendario si adatta a questo.
Tutti gli astri nascono ad oriente, da dove viene la pioggia, e muoiono a ponente, più in là dei deserti della costa. Per questo non è per niente casuale che i muri e i vani degli edifici chavinensi, o alcune loro parti, fossero orientati verso nordest, sudest o Est. Oltre a una funzione esoterica, l’utilità pratica di rendere accessibili le date dell’anno è legata alle produzioni. Il successo di un centro cerimoniale come Chavín dovette essere associato alla riuscita delle sue predizioni climatiche: anni secchi, piovosi o disastrosi, nella vita delle Ande, richiedevano un calendario preciso. Gli “oracoli” servivano a questo.
Al centro del tempio principale, all’interno, a più di 15 metri di distanza dalla luce solare, in un recinto stretto e assolutamente oscuro, si trovava l’idolo della Lancia: un’immagine sacra, a forma di essere umano, che salutava con la mano destra, guardando ad oriente. Tutto era oscurità, fino a quando, una mattina all’anno, o qualche volta due, la luce del sole, penetrando fino alla stretta galleria, illuminava l’immagine, direttamente o indirettamente, per alcuni brevi istanti. Ciò doveva avvenire ogni anno, in un giorno che risultava significativo per il complesso calendario andino. Poteva essere quando il sole nasce vicino al sudovest, verso la fine di ottobre o gli inizi di novembre, forse vicino al “giorno dei morti” del calendario cristiano. Corrispondeva all’inizio delle piogge? Era la fine della raccolta. Il sole nasce in questo punto due volte; l’altra data doveva essere tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo, forse vicino al carnevale dei cristiani. Finivano le piogge e iniziava la raccolta delle primizie.
Spiegazione della forma costruttiva
La base dei tempi era costituita da grandi quantità di pietre e terra, che riempivano lo spazio delimitato da muri che svolgevano funzione di contenimento ed erano costituiti da pietre irregolari, unite con terra argillosa. Le pietre e la terra dei muri erano simili a quelle usate per il riempimento, con cui spesso si confondono. Apparentemente i muri di contenimento venivano costruiti all’interno di uno schema regolare, in reticoli di dimensioni variabili.
Alcuni spazi da riempire erano lasciati liberi, ponendo grandi pietre su muri vicini, a mo’ di travi, formando recinti angusti, a mo’ di corridoi o gallerie, le cui pareti venivano rivestite con pietre selezionate o semplicemente coperte con uno spesso strato di intonaco, che rendeva meno evidenti le irregolarità, a volte molto accentuate, della superficie. Le travi erano di pietre larghe e spesse, sempre di 80 cm. o più lunghe della larghezza del passaggio. I resti che rimangono degli intonaci indicano che erano ricoperte di argilla.
Le gallerie così formate divennero un elemento molto importante degli edifici, riuscendo a svolgere diverse funzioni, da canali di drenaggio per evacuare le acque piovane, a recinti segreti, dotti acustici, ventilatori e sicuramente magazzini e depositi di offerte. La loro altezza – più che la loro larghezza – variava in relazione alla loro funzione; in alcuni casi era un’altezza superiore a quella media di un uomo, cioè 1.80 metri o più, mentre in altri era di appena 50 m. o meno, se si trattava di un condotto di ventilazione o di drenaggio. La larghezza delle gallerie obbediva più alla tecnica costruttiva, così che esisteva una certa tendenza modulare, che faceva sì che la maggior parte di questi passaggi fossero angusti, con una media di 1 metro di larghezza in quelli che avevano tetti alti; i dotti, con tetti bassi, erano più variabili, a seconda della funzione che svolgevano, però tendevano ad essere più stretti di un metro.
Senza dubbio le “gallerie” rappresentavano un aspetto importante dell’architettura Chavín, costituendo un elemento poco frequente in altri luoghi e in altre epoche. Strutture simili si apprezzano in rari e isolati edifici della stessa epoca al nord del Perù, mentre a Chavín erano numerosi e caratteristici. In alcune epoche nelle regioni vicine, come quella di Recuay, esistettero “sotterrati” simili, ma erano solitamente mausolei o piccoli granai.
Le parti esterne dei templi erano rivestite da pietre lavorate a superficie piana. In alcuni settori tale rivestimento era “a vista” e le pietre avevano una splendida rifinitura, con le superfici pulite e gli angoli squadrati; altri rivestimenti più rozzi erano utilizzati per rifiniture intonacate, che secondo i dati degli scavi nell’Atrio del Vecchio Tempio, erano di argilla e dipinte con colori crema e rosso (tra i frammenti identificati).
A vista o no, le superfici esterne erano impressionanti per le dimensioni e per la qualità del materiale impiegato. Si trattava di rivestimenti megalitici, che davano solidità ai riempimenti che costituivano il nucleo della costruzione e formavano – disposti in declivi – una robusta edificazione. Avevano una disposizione stabilita, formata a partire da grandi blocchi combinati con altri più piccoli, cementati con argille ad alto livello di coesione.
Alcune delle pietre del paramento avevano 3 o 4 metri di lunghezza, con una media di 1.50 metri o meno, e una larghezza modulare che rendeva possibile il loro allineamento in file di spessore alterno. Sembra che nel tempio antico fosse dominante un’alternanza 1-2-1, cioè di file di larghezza semplice alternate a file di larghezza doppia, mentre nel tempio nuovo era utilizzata generalmente un’alternanza 1-1-2-1-1, costituita da due file di larghezza semplice e da una di larghezza doppia. In mancanza di ulteriori esami sulla sovrapposizione delle superfici, questa differenza cronologica non sembra, tuttavia, generalizzabile; inoltre sembra che nel tempio vecchio venissero usati entrambi i tipi di superfici murarie, preferendo il primo per quelli con rifiniture fini.
Spiegazione delle costruzioni sotterranee
Sebbene le costruzioni piramidali di Chavín fossero “massicce”, erano dotate di una serie di passaggi o gallerie interne, a mo’ di sottani, che si dislocavano secondo gli assi est-ovest e nord-sud degli edifici. Simili strutture si trovavano anche nei dintorni, al di sotto dei templi o lateralmente ad essi.
Diverse tra queste “gallerie” erano in realtà dotti di drenaggio, che servivano a raccogliere l’acqua che si accumulava in superficie, conducendola, attraverso una sorta di canale di scolo, verso letto del fiume Mosna. Qui sboccava una galleria costruita a un livello più basso di quello dell’acqua del fiume, per cui la bocca di questo grande canale di scolo si può vedere sulla riva solo quando il fiume è calmo.
Si ipotizza che alcuni di questi dotti fossero alimentati artificialmente con acqua, dal fiume Wacheqsa, in maniera che, dopo averla fatta salire alla parte superiore delle piattaforme, l’acqua venisse liberata da dotti a forte pendenza, costruiti soprattutto per produrre rumore. In questo modo “il tempio tuonava” o “parlava”. Un esperimento fisico condotto successivamente dette come risultato un rumore simile al ruggito di un leone africano; tra gli animali sudamericani, l’unico con un ruggito simile è il coccodrillo della costa equatoriale, che vive tra il fiume Chira e il Guayas y Babahoyo. È un animale immenso, che arriva a più di 5 metri di lunghezza, carnivoro e molto aggressivo e, secondo quanto dicono i guardiani di una riserva che si trova nel Babahoyo, il suo ruggito si sente fino a 1 Km di distanza,. Nell’obelisco Tello si trovano le immagini di due coccodrilli, un maschio e una femmina, associate al mullu e al pututu – che si trovano nella loro stessa regione– ed anche di giaguari, serpenti e fantasmi, i cui attributi di ferocia, combinati, servivano a costruire un “Olimpo” di esseri magici e potenti.
Non tutte le gallerie erano condotti di acqua, ma formavano recinti destinati ad altri fini. In una di esse si trova l’idolo principale di Chavín, chiamato La Lancia o Lanzón, dove gli veniva reso culto. Altre gallerie, la cui funzione è ancora sconosciuta, potevano ricevere piccoli gruppi di persone, ma sembra evidente che nessuno poteva vivere dentro di esse permanentemente. Non sappiamo se alcune di esse siano potute servire da sepolture. Nell’atrio del tempio antico ci sono alcune gallerie, accuratamente disegnate per questo fine, dove si depositarono offerte per il tempio e furono quindi sigillate con pietre enormi. Questa era la funzione della Galleria delle Offerte ed anche di altre gallerie che si trovano intorno alla piazza circolare.
Non si trattava di costruzioni molto complesse: erano parte della rete di strutture costruite in modo da produrre una massiccia piramide: si faceva un’armatura di sostegno alle fondamenta di muri, quindi si riempivano con pietre e fango i suoi spazi, lasciandone alcuni liberi che costituivano le gallerie. Sopra lo spazio vuoto si mettevano travi di pietra e ancora fango e pietra e una nuova armatura di sostegno sopra.
La galleria dei Labirinti
Questo è uno dei più complessi spazi sotterranei che si trovino nel tempio di Chavín. Alcuni di essi, come la Galleria della Lancia, a forma di croce, servivano da oratori dove si custodiva l’immagine della divinità o altri personaggi sacri. Altri servivano per funzioni liturgiche che non conosciamo e alcuni erano luoghi dove si depositavano le offerte. Generalmente si trattava di passaggi allungati sui cui lati si trovano spazi a mo’ di celle.
In relazione al vecchio tempio, oltre alla galleria dove si trova la Grande Immagine, c’erano almeno tre complessi di passaggi, uno di essi al lato della Galleria della Lancia, che abbiamo battezzato “Galleria dei labirinti” per la sua strana configurazione.


