Carcere di massima sicurezza del Perù: un viaggio all’interno
Gabriele Poli
Per scrivere “Il tesoro di Tupac Amaru” e “¡Venceremos!”, il seguito da pochi giorni pubblicato, fra il 2003 e il 2014 ho visitato alcune carceri di massima sicurezza del Perù.
Non è stata una passeggiata, sia per la difficoltà a ottenere i permessi, sia per le situazioni createsi all’interno.
L'articolo è datato, ma il ricordo rimane.
Canto Grande: carcere di massima sicurezza
Domenica 27 luglio 2003
Non dimenticherò mai questa giornata.
Arrivato nei pressi del carcere di massima sicurezza di Canto Grande, a Lurigancho, per entrare sono dovuto passare attraverso almeno 7 controlli consecutivi. Prima, un baracchino dove i poliziotti mi hanno preso i dati e stampato sul braccio destro il primo "sigillo" (il disegno di un cannoncino), poi su per la salita, fino a un cancello dove sono stato fermato perché la mia casacca non poteva passare in quanto di colore verde militare, non ammesso (chissà perché?), così ho dovuto lasciarla in custodia a una signora che vende bibite e altre cose.
Superato il secondo controllo, c'è il terzo, dove mi è stata presa l'impronta digitale dell'indice destro e dove mi hanno scrutato un poco, evidenziando i segni particolari: il medio della mia mano sinistra ha l'unghia nera (ricordo dell'escursione a Paucartambo, durante la quale mi sono chiuso il dito nel finestrino del camion/bus...). Avanti fino al quarto controllo: lasciare il passaporto, quasi tutti i soldi (meno 100 soles) e le due carte di credito perché non ammesse. Quinto controllo: revisione della borsa e perquisizione. Sesto controllo: metal detector. Settimo controllo all'entrata del padiglione dei politici.
Appena oltrepassata la porta, sono stato accolto da alcuni detenuti del MRTA (Movimiento Revolucionario Túpac Amaru) che mi hanno subito abbracciato.
Inizia un'esperienza irripetibile.
Uno stretto corridoio a cielo aperto conduce a un patio circolare controllato da telecamere. Lì si aprono alcuni cancelli che portano ai vari piani. Il patio è comune e parecchie persone gironzolano qua e là.
Vi sono anche dei "ristorantini" dove detenuti cucinano il "cebiche" (pesce crudo marinato nel limone) e altri piatti a poco prezzo. Vi sono solo detenuti politici, principalmente di Sendero Luminoso e del MRTA. Entriamo nel padiglione dei tupacamaristi e, prima di salire le scale, incontro l'amico con il quale ho scambiato alcune lettere nel passato. Pur non avendolo mai visto, lo riconosco all'istante. È un simpatico incontro e fra noi si instaura subito l’empatia.
Saliamo le scale in cemento e imbocchiamo il corridoio al primo piano, dove si trova, fra le altre, la cella del mio conoscente. Tutte le celle sono aperte e i detenuti sono liberi di girare a piacimento. Questo è un privilegio, ma a sfavore giocano altre cose, come il fatto di non ricevere i pasti. Lì ognuno deve provvedere a se stesso ed è per questo che i politici si sono organizzati e adesso hanno a disposizione una spartana cucina comune, negozietti e altro.
Lo stretto corridoio nel quale si aprono le celle ha finestre prive di vetri e sicuramente la notte deve fare molto freddo. Entro nella stanzetta del mio conoscente: un buco stretto con un letto in cemento (niente altro mette a disposizione la direzione del carcere) sul quale i detenuti che ne hanno la possibilità stendono un materassino e le coperte, procurate dalle famiglie. Dietro al letto, una squallida latrina e un rubinetto dal quale non esce nulla. Alle pareti, le foto dell'innamorata e qualche altro manifesto.
Parliamo a lungo, spesso interrotti da numerosi tupacamaristi che mi vogliono salutare, abbracciare, parlare. Il conoscente mi racconta molte cose senza farsi problemi, anche la storia del suo assalto a un'armeria di Lima e pure di scontri a fuoco e morti.
Entra un guerrigliero più anziano, un insegnante della Sierra centrale, appassionato di letteratura col quale parliamo un poco, sino a quando entra un tipo che mi pare essere uno dei capi, visto che il mio conoscente e il professore zittiscono, lasciandogli la parola. Parla molto di politica, delle origini del MRTA, ecc. È interessante e ascolto con piacere, anche se, a differenza degli altri, questo non accenna mai neppure a un sorriso.
Beviamo sprite, giriamo per il carcere, per le celle, conosco molte persone, cileni del MRTA catturati in Perù e molti altri. Sono 63 i tupacamaristi presenti e vivono vicino ai senderisti che ho incrociato più volte, ma senza scambiare una parola.
È il momento del pranzo e mi invitano a mangiare riso e fave: assaggio per cortesia, ma solo un paio di forchettate perché non ho appetito.
Viene il momento culminante. Il conoscente mi comunica che è stata approntata per me una piccola cerimonia (sono lusingato), così scendiamo le scale, entriamo in un grande recinto utilizzato per giocare a calcio e per la ginnastica, dopo aver attraversato il laboratorio di ceramica.
Sono presenti altri visitatori, parenti e amici dei guerriglieri, e assieme a loro siedo su una panchina.
Il "maestro di cerimonie" chiama a raccolta il plotone. Tutti i tupacamaristi si dispongono sull'attenti; riposo, attenti.
"Combattenti tupacamaristi, intoniamo l'inno dei Tupac Amaru!".
La mano destra chiusa a pugno, il braccio in fuori all'altezza della spalla e il pugno stesso quasi appoggiato alla mandibola, i 63
guerriglieri cantano orgogliosi. Contro il nemico, il governo, l'ingiustizia e per la lotta armata, il popolo, il comunismo. Cantano, questi ragazzi giovani e meno giovani, cantano con passione e col cuore, nonostante che molti di loro, come il mio conoscente, siano in carcere ormai da dieci anni.
La cerimonia prosegue con il discorso del "Companero B." e il suo saluto ai familiari e, in particolar modo, a me. Sono quasi commosso: non mi sarei mai aspettato tanto. Ringrazio gli ospiti con poche parole imbarazzate.
La festa prosegue con la recita di un paio di poesie da parte di un guerrigliero e poi con la banda dei sicuris (flauti di Pan o zampoñas) tupacamarista. Marciano dal fondo del cortile, intonando musiche andine molto affascinanti.
Conclusa la cerimonia, stringo mille mani, abbraccio decine di persone: sono tutti ragazzi gentili, calorosi, sorridenti ed è facile dimenticare per un momento che questi stessi giovani hanno combattuto, assaltato, ucciso.
Il primo movimento tupacamarista risale agli anni sessanta, in Uruguay, mentre il MRTA è molto più recente (1982), successivo anche a Sendero Luminoso. Di ispirazione guevarista, i suoi combattenti hanno operato contro il "nemico", identificato con le forze governative, ma rispettando la popolazione, al contrario di Sendero che obbligava i giovani campesinos a integrare le proprie fila, pena la morte.
La loro lotta, dicono, era ed è finalizzata alla giustizia per il popolo e ciò che il movimento desidera è di essere riconosciuto come partito politico legale, anche se mi pare quasi un'utopia, almeno per il momento.
D'altronde, anche il partito dell'ex presidente e attuale lider dell'opposizione (APRA), Alan Garcia, era fuorilegge ed etichettato come movimento terrorista. Dalle stesse fila dell'Apra sono usciti i quadri più importanti del MRTA, come il comandante Vitor Polay, lider del movimento, incarcerato presso la base navale del Callao, e Lucero Cumpa, lider femminile, che visiterò domenica prossima, 3 agosto, nel carcere di Huaral.
La visita si conclude con grandi saluti e la promessa di mantenere i contatti. Questi ragazzi non chiedono l'amnistia, ma un processo regolare, sino ad ora sempre negato. Ciò che, nel mio piccolo, desidero fare per loro è assecondare questa richiesta, senza mai dimenticare, tuttavia, che la lotta armata è un errore che non paga.
Esco dal carcere.


