GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY
GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY

CARAL

La città più antica delle Americhe

Gabriele Poli

 

Caral

Le cinque del mattino. A quest’ora di domenica mattina Lima è semideserta: solo pochi venditori ambulanti intenti a preparare la propria mercanzia e qualche nottambulo ubriaco, reduce da feste a base di birra e liquore, animano, se così si può dire, le vie del centro.

Di qui al porto di Supe e poi a Caral sono circa 180 chilometri di buona strada asfaltata (la Panamericana Nord). Solo gli ultimi venti sono un poco difficili da percorrere.

Dopo Supe, in fuoristrada imbocco la via che s’inoltra verso oriente. Percorsi i venti chilometri finali, durante i quali sobbalzo fra buche, sassi e fango, si apre dinanzi ai miei occhi una pianura estesa per sessantacinque ettari.

Una piccola costruzione edificata in fretta ospita alcuni studenti di archeologia e la loro insegnante, Ruth Shady. Di lì in avanti, l’area è occupata da muretti di contenimento, aste di rilevazione e pochi strumenti di scavo.

   Accompagnato da un paio di studenti, cammino attento a seguire il tracciato predisposto dalla direttrice dei lavori. Osservo ammirato quanto pochissime altre persone al mondo hanno avuto la fortuna di vedere: case di pietra, resti di costruzioni semplici edificate con pali e canne, templi e piazze, un anfiteatro.

Le due tipologie di edifici lasciano intuire l’esistenza di classi sociali ben distinte. Non mi trovo sulle Ande, ma in una pianura desertica, a pochi chilometri dall’oceano: eppure è qui che sorgeva Caral, la città più antica delle Americhe sinora scoperta.

   Caral raggiunse la massima espansione circa cinquemila anni fa, dando vita, secondo la dottoressa Shady, l’archeologa che la scoprì, al primo stato peruviano con il livello di organizzazione sociopolitica più avanzato rispetto a qualsiasi altra civiltà dell’epoca.

   Venuta alla luce solo nel 1994 – gli scavi iniziarono nel 1996-, la Città Sacra è composta da diverse strutture cerimoniali con piramidi alte sino a trenta metri e un anfiteatro costruito con pietre intonacate dove risaltano dipinti in rilievo, da piazze e ampie zone urbane.

   Perché “città sacra”? Come nel caso di Chavín de Huántar – civiltà delle Ande centrali peruviane-, la religione regolava la vita degli abitanti e la cosmologia era in relazione all’attività agricola, all’acqua, scarsa e quindi preziosa, e alla morte: tutto questo si evince dalle decorazioni che i giovani archeologi stanno riportando alla luce.

   Durante il primo anno di scavi, nell’anfiteatro – una piazza circolare semi interrata che comprende un complesso architettonico cerimoniale- furono ritrovati trentadue flauti traversi, ricavati dalla struttura ossea di ali di pellicano. Gli strumenti, i più antichi sinora scoperti, producono sette note musicali e sono adornati con raffigurazioni di felini, serpenti bicefali dai lineamenti umani, scimmie con la bocca spalancata e uccelli.

   Nella zona est degli scavi sorge una piccola costruzione in buono stato di conservazione cui si accede per una breve scalinata. Vi si trova un focolare cerimoniale nel quale sono state rinvenute tracce di fosforo prodotte dalla combustione di pesci. Alla struttura, la cui funzione è ancora un mistero, è stato assegnato il nome di “Altare del fuoco sacro”.

   Recenti analisi al carbonio radioattivo hanno confermato che l’architettura e il sistema d’irrigazione risalgono perlomeno a 4.090 anni fa, la stessa epoca di sviluppo delle più antiche civiltà finora conosciute: l’egizia, la mesopotamica, l’indiana, la cinese e la mesoamericana. Il Perù, la Bolivia e l’Ecuador sono tuttora terre di mistero, oggetto di studio da parte di ricercatori d’ogni paese, certi che queste nazioni che si estendono dall’oceano Pacifico, alle Ande e all’Amazzonia, possano ancora rivelare splendidi tesori nascosti, come il mitico Paititi o El Dorado.

   Incontro la dottoressa Shady quando la visita sta per terminare. L’accompagna il cane che segue i suoi passi senza allontanarsi di un metro. Ruth avanza lenta verso di noi e già dal suo incedere si intuisce l’orgoglio che la pervade, un orgoglio del tutto giustificato. Parla piano, con un sorriso grazioso e lo sguardo schivo, ma è disponibile e pronta a chiarire i nostri dubbi. Racconta la sua scoperta, spiega le difficoltà incontrate che ancora rallentano gli scavi. Ci accompagna con la fantasia nella notte dei tempi, a cinquemila anni fa e ci sentiamo avvolti dal suono dei flauti, mentre una processione risale la spianata diretta al tempio principale: una nenia sale al cielo e con questa per un momento pure noi ci eleviamo, volteggiamo lassù, incontro a Choquechinchay, il Giaguaro Dorato, la principale divinità dell’epoca.

   È solo suggestione, ma è bello immaginare.

Riprendo la strada incamminandomi verso Lima e proponendomi di tornare il prossimo anno, quando gli scavi avranno portato alla luce altre meraviglie (e così feci).

Sono convinto che il Perù riserverà ancora moltissime sorprese all’umanità.