ANTONIO RAIMONDI, l'italiano che disegnò il Perù
Gabriele Poli
In Perù, la storia di Antonio Raimondi è studiata nelle scuole, a lui sono intitolati musei, biblioteche, circoli culturali e centri scolastici, mentre in Italia è quasi sconosciuto.Eppure fu un eroe della nostra Indipendenza e uno degli studiosi più importanti ed eclettici.
Nato a Milano nel 1824, Raimondi combatté con onore contro il Maresciallo Radetzky, durante le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) e difese la giovane Repubblica Romana contro i francesi, nel 1849. Frustrato dalle sconfitte e intuendo ancora troppo lontana la meta dell’Indipendenza, decise di lasciare il nostro paese. Scelse il Perù perché, come scrive: “La sua proverbiale ricchezza, il suo vario territorio, che sembra riunire in sé gli arenili della costa, gli aridi deserti dell’Africa, i vasti altipiani, le monotone steppe dell’Asia, le alte vette della cordigliera, le fredde regioni polari, gli intricati boschi di montagna e la lussureggiante vegetazione, mi spinsero a preferire il Perù come campo di esplorazione e studio” (da El Perú di Antonio Raimondi).
Assieme ad Alessandro Arrigoni, che gli sarà amico fino alla fine dei suoi giorni, giunse in Perù nel 1850. Dall’anno successivo, iniziò i viaggi di esplorazione nel paese latinoamericano. Per quasi vent’anni, dal 1851 al 1869, vagò fra le Ande, scese in Amazzonia e visitò la costa. Bussola alla mano, a piedi o servendosi di muli e cavalli, e addirittura portato a spalla da portatori locali quando, ammalato, il fisico non lo reggeva, percorse oltre 45.000 chilometri, studiando la geografia del Perù, etnie sino allora sconosciute, la flora e la fauna, scoprendo resti archeologici, classificando minerali, scrivendo diari di viaggio e disegnando splendidi acquerelli. Sopportò la fatica, la fame, le intemperie del clima e le punture degli insetti; nulla riuscì a fermare il suo desiderio di conoscenza.
Nessun campo della scienza e dell’arte gli fu sconosciuto. Primo fra tutti, Antonio Raimondi definì i limiti geografici del Perù e disegnò la più dettagliata Mappa Nazionale del paese andino in epoca repubblicana, evidenziando i confini politici, i capoluoghi di provincia, i fiumi, le montagne e ancora tracciando l’ubicazione di ponti, sentieri, missioni, tambo –costruzioni inca che fungevano da punti di ristoro-, miniere d’oro, argento e rame. Studiò tutti i siti archeologici conosciuti e sino a quel giorno attribuiti alla civiltà inca, ipotizzando, primo al mondo, l’esistenza di civilizzazioni precedenti.
Durante la sua visita a Chavín de Huántar, nel dipartimento di Ancash, rimase a lungo perplesso, osservando le imponenti rovine, di fattura e stili molti diversi rispetto ai centri inca. “No -pensò-, questa città ha ben poco a che vedere con gli inca”. Aveva ragione. Chavín fu un luogo di culto e una città che prosperò 2.500 anni prima dell’impero del Tahuantinsuyu!
A proposito di questo viaggio, scrive: “…arrivai al villaggio di Chavín per osservare le importanti rovine denominate El Castillo; penetrai nei suoi oscuri sotterranei, percorsi in tutti i sensi, sin dove mi fu possibile, questo intricato labirinto, vidi la pietra scolpita con simbolici disegni che, come una colonna, sostiene i grandi massi che formano il soffitto, nel punto dove si incontrano le gallerie e disegnai una piccola mappa della zona che ero riuscito a visitare” (da El Perú).
Terminata la visita delle rovine, Antonio si concesse un poco di riposo, ospite di un contadino della zona. Sorseggiando un boccale di chicha, la birra di mais, all’interno della povera abitazione, rimase perplesso dal contrasto tra le pareti della casa, costruite con i classici adobe –mattoni di paglia e fango- e il lungo tavolo di pietra annerita sul quale erano adagiate pannocchie di mais e patate. Tastò la tavola, scoprendo sulla faccia inferiore fini incisioni. Emozionato, offrì all’ospite una somma di denaro per l’acquisto della pietra. Si trattò di una delle scoperte più importanti: la Stele Raimondi. Ora conservata al museo di Lima, misura 1,95 metri di altezza e 74 centimetri di larghezza, con uno spessore di 17 centimetri. Rappresenta, probabilmente, la più importante divinità del tempo, Choquechinchay, il giaguaro dorato –o felino volante-, identificato con la stella Sirio.
In quei giorni, Raimondi fece un’altra importante scoperta, la più spettacolare pianta andina –che oggi porta il suo nome-, la Puya Raimondii. Appartiene alla famiglia delle bromilacee ed è la più grande della specie. Impiega circa cent’anni per raggiungere la massima estensione ed è allora che inizia la fioritura.
Scrive lo scienziato: “…si osservano, in un terreno quasi spoglio, alcuni grandi cespugli con foglie spinose ai bordi, nel mezzo dei quali si alza un gigantesco fusto coperto per quasi tutta la lunghezza da fitte spighe di fiori”.
L’opera di Raimondi fu vasta; compilò il più completo inventario di risorse minerarie del Perù, descrisse e catalogò giacimenti di fossili, studiò i giganteschi accumuli di guano –concime naturale composto da deiezioni di uccelli- delle isole Chincha (di queste fanno parte le famose isole Ballestas). La sua opera fu riconosciuta a livello internazionale. Ricevette elogi, lauree ad honorem, attestati di benemerenza da diverse istituzioni; fra le altre, dalla Royal Geographic Society di Londra, dalla Società Italiana di Antropologia, Etnologia e Psicologia Comparata, dalla Facoltà di Medicina dell’Università San Marcos di Lima e dalla Società Geografica di Parigi.
Nel 1869, Raimondi si sposa con Adela Loli e, dalla loro unione, nascono tre figli.
Il 26 ottobre del 1890, muore a San Pedro de Lloc, nei pressi di Trujillo, in casa dell’amico di sempre, Alessandro Arrigoni. Ora riposa nel cimitero Presbitero Maestro di Lima, in un mausoleo costruito per lui e il governo peruviano gli ha dedicato un museo nella capitale.

Juan Caypa ha vissuto un’esistenza onesta.
Sempre attento verso gli amici, era vicino alle persone bisognose che aiutava volentieri e senza pretendere alcuna ricompensa. Grazie alle sue conoscenze nell’ambito della medicina naturale, don Juan alleviava le pene della gente e sconfiggeva le malattie che le moderne terapie non sapevano combattere. Egli comunicava con le forze della natura che, generose, gli svelavano i segreti delle piante medicinali.
Ricordo con tenerezza- e ancora qualche brivido- quel giorno di novembre.
Accoccolati sui talloni, stavamo consumando in silenzio le foglie di coca e un bicchiere di aguardiente. Le prime ombre della sera avevano portato con sé una lieve brezza che scompigliava i capelli ed io stavo ripercorrendo le tappe del mio incredibile viaggio che mi avevano condotto fin lassù, nell’alta puna interandina. Vicenza mi appariva come un ricordo remoto, una dimensione che non sentivo più mia. Era martedì.
Da oltre lo steccato, ecco apparire due vecchi indios che avanzano piano, sorreggendo un bimbo che piange sommessamente. Ignorandomi, i due adulti prendono a parlare con don Caypa nella lingua degli Incas, esprimendosi con fare concitato. Pur capendo poco di "quechua", posso seguire il filo del discorso, aiutato anche dagli sguardi preoccupati e dai gesti eloquenti dei nuovi venuti e dello sciamano mio ospite.
"Maestro", prega quello che pare il padre del piccolo, "aiutaci. Il ragazzo sta male e non sappiamo più cosa fare".
Senza dire una parola, don Juan scruta il volto pallido del giovinetto, gli accarezza lievemente i capelli e la fronte umida di freddo sudore. Poi, rivolge la propria attenzione verso gli ospiti, invitandoli a raccontargli l’accaduto.
"Taita, piccolo padre", riprende a parlare il genitore del bambino, "è da circa due settimane che mio figlio si trova in questo stato. Gli avevo chiesto di andare al pascolo a controllare i buoi e quando è tornato ha avuto solo il tempo di raccontarmi una strana storia, prima di cadere nell’incoscienza".
"Il ragazzo si era accorto che il cielo andava oscurandosi e, intuendo l’arrivo di un temporale, stava radunando la mandria per ricondurla velocemente verso il corral. Malauguratamente, però, la tempesta è stata più veloce e ha colto il bimbo allo scoperto. Per ripararsi dalla pioggia, ha pensato di rifugiarsi sotto uno degli animali, ma un fulmine improvviso ha scaricato la sua ira a pochi metri da lui. Tornato a casa, confuso e impaurito, dopo avermi raccontato l’accaduto ha perso conoscenza".
"Avrei voluto condurtelo prima, ma mia moglie ha deciso di portarlo in città e farlo visitare da un medico che gli ha diagnosticato una forma di paludismo. Per questa malattia è stato curato fino ad oggi, ma senza ottenere risultati. Mi sembra, anzi, che il ragazzo sia peggiorato. Siamo disperati".
"Avete fatto bene a portarmelo.", annuisce lo sciamano, "Tutti quei farmaci lo hanno intossicato. Il giovanotto ha subito un grave trauma; è stato colto dalla terra e alla terra dobbiamo chiedere la sua restituzione".
Ormai è notte e un inquietante silenzio tormenta i miei pensieri. Don Juan apparecchia una piccola tavola, disponendo su tutta la superficie ogni sorta di cose. Grasso di lama, incenso, sigarette, foglie di coca, piante sconosciute, la chicha- antica bevanda degli Incas-, candele ed altro ancora. Mette sul fuoco una pentola colma d’acqua, dentro la quale prendono a nuotare fiori e vegetali. Nell’attesa, il buon sciamano confeziona un fantoccio utilizzando parte degli indumenti del piccolo.
Trascorso qualche tempo, utilizzato per intonare orazioni incomprensibili, don Caypa toglie il contenitore dal fuoco e lo passa più volte sopra il corpo del paziente, ripetendo l’operazione con il bambolotto di pezza. Al termine, il guaritore raccoglie il pupazzo e, raggiunto lo steccato al limite della proprietà, scava una buca entro la quale depone l’involucro, impregnato delle essenze negative del malato.
"Ora preghiamo la madre terra e gli spiriti eterei delle montagne", ordina don Juan alla fine. Attendiamo.
Non so cosa possa essere successo. Solo ricordo il sorriso del giovane tornato alla vita- e risuonano ancora nelle mie orecchie i trilli argentini del piccolo paziente-, mentre l’aia riprendeva colore, il mattino successivo.

