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VALICHA, LA RIBELLE

Romanzo breve, adatto anche ai minori di età.

CAPITOLO SETTIMO: CONCLUSIONE

 

 
 
 
 
 
 

Molto presto, il principe abbandonò il suo giaciglio e, parecchio tempo prima che il sole spuntasse, prese a compiere i consueti esercizi ginnici.

Poi si lavò con cura, indossò le vesti e le armi e, nonostante fosse ancora troppo presto, si avviò deciso verso il luogo dell’appuntamento.

All’interno del tempio sulla montagna piatta, Valicha era non meno impaziente del comandante nemico.

Nervosa, rimproverò più volte le aiutanti, colpevoli, le pareva, di poca attenzione nei suoi confronti.

Si fece lavare a lungo la folta chioma scura, si lavò e profumò anche tutto il corpo, immergendosi nella tinozza d’acqua colma di fiori fragranti.

Scelse una veste candida e semplice, lunga fino alle caviglie e provvista di uno spacco laterale che, ad ogni passo, si apriva scoprendole le lunghe gambe tornite.

Si strinse attorno alla vita una sottile cintura di pelle il cui abbraccio poneva in risalto la figura flessuosa; ordinò alle ancelle di spazzolarle a lungo i capelli e non fu soddisfatta fino a che la fluida criniera acquistò il giusto volume e l’onda nera si adagiò morbida sulle spalle nude.

Indossò un paio di leggeri mocassini chiari, dello stesso colore della cintura e si apprestò al tocco finale.

Appuntò fra i capelli una sottile corona di fiori d’un giallo pallido che, assieme al colore della veste, producevano un piacevole contrasto con la sua pelle abbronzata.

Soddisfatta del risultato, Valicha volteggiò più volte su se stessa, respirò a lungo e si avviò.

I primi raggi del padre celeste iniziarono a rischiarare timidi le costruzioni della rocca.

La rada foschia si dissolse veloce, allontanata dall’aurora, mentre i contorni della pianura si facevano meno incerti, rivelando un paesaggio quasi immobile, una calma artificiale.

Dapprima incerta, poi via via più sicura, la sacerdotessa discese il pendio scosceso, accompagnata solo dal frusciare della veste. Non aveva paura, ma provava un sentimento di inquietudine perché da quell’incontro sarebbe dipesa la sorte di tutto un popolo.

Raggiunse il sentiero che conduceva al colle e prese a salire verso la vetta, sfiorando con i piedi il muso del primo lama che, due anni prima, lei stessa aveva ordinato di disegnare.

“Questo è il mio colle”, pensò, “e il Puma Alato mi ama. Nulla di male potrà accadermi, perché sono sulla mia terra, protetta ed aiutata dagli spiriti amici”.

Awqayoc scorse l’esile figura che avanzava agile e si stizzì con se stesso per il tumulto immotivato che gli scuoteva il petto.

Si tolse le armi e le appoggiò a una roccia, abbastanza lontana per non intimorire la ragazza.

Quindi attese, ritto al centro della rupe, dando le spalle al sole. Qeso gli aveva riferito che la sacerdotessa era una ragazza giovane e bella, ma il principe si accorse subito che l’amico gli aveva taciuto molte cose.

La figura che si stava avvicinando senza sorridere apparteneva alla più bella creatura della terra.

La sua bellezza andava al di là di ogni immaginazione, un astro splendente più del sole.

Durante tutta la sua esistenza Awqayoc aveva avvicinato molte donne, ma solo per ricavarne piacere perché, gli avevano insegnato, le femmine servivano solo per l’amore, la casa e i figli. Di fronte a un qualsiasi avversario egli si sentiva invincibile.

In un campo di battaglia la sua forza era sempre superiore a quella del nemico che egli abbatteva con facilità e senza compassione.

Anche quando il consiglio dei capi si riuniva, il principe era in grado di guidare le decisioni, grazie alla diplomazia e alle grandi capacità oratorie.

Quella, però, era la prima volta che si trovava a discutere con una donna, non solo splendida e attraente, ma pure decisa e abile quanto lui.

Osservando da vicino la sacerdotessa, il wari cercò le parole adatte per impressionare l’ambasciatrice di Moquegua ma, ogni volta che provava a iniziare il discorso, le frasi gli si spegnevano ancor prima di pronunciarle, facendolo innervosire.

Fu Valicha a interrompere l’imbarazzante situazione.

“Principe”, esordì la gemella, “sono stanca di guerra. Le pendici della rocca sono insanguinate. Molti guerrieri wari sono morti lassù. Tanti altri presto cadranno e noi con loro se non porremo fine a questo inutile conflitto. La mia gente chiede solo di vivere in pace nelle proprie case, di continuare a coltivare i campi, di pascolare le greggi. Ma il tuo esercito ha sete di sangue innocente e di distruzione. Che minaccia può costituire per te una città di pacifici mercanti e contadini? Il nostro comune amico Qeso mi ha riferito che tu conosci la filosofia della nostra religione. A Cahuachi hai appreso che il Puma Alato ha insegnato al suo popolo la tolleranza. Il nostro credo ci impone di portare l’amore fra le persone e di evitare ogni sopraffazione. Abbiamo vissuto tutta l’esistenza senza mai ricorrere all’uso delle armi e ora solo la necessità di difendere i nostri figli ci ha costretto a opporci alle tue orde feroci”.

Le parole di Qeso avevano già aperto una breccia nel duro cuore del guerriero e adesso il discorso della giovane sacerdotessa stava allargando la strada e mille dubbi si insinuavano nella mente del principe.

“Wari non desidera la distruzione del tuo popolo”, rispose incerto Awqayoc, “ma la mia gente vive sotto la costante minaccia dell’esercito di Tiwanaku. Per ottenere la pace, è necessario eliminare chiunque attenti alla stabilità del regno. Non esiste alternativa”.

Mentre il guerriero parlava, Valicha ne osservava con attenzione il bel viso attraente, studiando ogni movimento dei muscoli e valutando il tono della voce.

La giovane capì che il principe non era più fermamente deciso a continuare la battaglia e stava considerando la possibilità di trattare.

“Nobile comandante”, incalzò la sacerdotessa, “Moquegua non potrà mai costituire un pericolo per il tuo popolo e io ti garantisco, come figlia di Kurasi, il gran sacerdote della città del grande lago, che nemmeno Tiwanaku desidera questa guerra. Ti chiedo di mettere alla prova la mia buona fede e quella della mia gente. Vieni con me sulla rocca. Non avrai nulla da temere. Io mi fido di te e per dimostrartelo ordinerò ai difensori di gettare le armi oltre le mura. Seguimi, lo vuoi? Conduci con te la tua guardia armata, se ancora nutri dei dubbi. Le porte della fortezza si apriranno per non richiudersi mai più”.

Awqayoc fu colpito dalla dimostrazione di fiducia e, per un attimo, considerò l’opportunità di fingere di accettare la proposta, di penetrare nella rocca con i suoi uomini e massacrare i difensori. Ma gli occhi della ragazza lo avevano stregato e le sue parole apparivano sensate.

“Perché non provare?”, si chiese. “Forse è proprio questa la soluzione di tutto. Voglio credere alle sue parole”.

“Verrò con te, mia signora”, rispose il principe, “e ti seguirò da solo. Se tutto si svolgerà come prometti, la pace regnerà sulla terra e i nostri popoli prospereranno assieme”.

Come promesso, i difensori della rocca ammucchiarono le armi fuori dalle mura.

Il comandante delle guardie era stato riluttante a eseguire gli ordini di Valicha, ma la sacerdotessa alla fine l’aveva convinto.

“Con armi o senza armi non abbiamo scampo. L’unica speranza sta nel convincere il comandante nemico delle nostre buone intenzioni e che anche per lui la pace potrà essere più utile della guerra”, gli aveva detto la figlia di Kurasi e così ora il popolo di Moquegua osservava inerme Valicha e Awqayoc avanzare da soli, oltrepassare l’entrata della cittadella ed entrare nel tempio.

“Ti ringrazio, principe, dell’opportunità che ci concedi. Non avrai da pentirtene”, confidò la sacerdotessa pregando l’ospite di mettersi a proprio agio.

“Questa è la nostra fortezza e qui saremmo stati disposti a morire. Ora, però, una nuova vita attende il tuo popolo e il mio”.

Il comandante wari fece ritorno all’accampamento, intanto che i Moqueguani abbandonavano la rocca e tornavano alle proprie case distrutte.

Lavorando alacremente, i cittadini avrebbero presto rimesso in sesto la città e sarebbero tornati alle proprie occupazioni, forti dell’alleanza con l’antico nemico.

Awqayoc concesse all’esercito un periodo di libertà, mantenendo in attività solo la guarnigione di Sinchi.

Veloci staffette inviate da Valicha percorsero più volte il tragitto fino alla città del grande lago, recando le buone notizie e proponendo a Kurasi un incontro col principe wari.

Mentre le comunicazioni fra Moquegua e Tiwanaku riprendevano, consentendo ai rispettivi governanti di stabilire i termini e le modalità del prossimo incontro, Awqayoc approfittò di ogni opportunità per avvicinare la principessa.

I due giovani trascorrevano molte ore assieme ogni giorno, parlando delle condizioni di pace, di religione, scrutando il cielo durante le lunghe notti stellate, ma anche, sempre più spesso, scambiandosi tenerezze.

Pochi giorni prima della partenza prevista per il luogo dell’appuntamento con i dignitari di Tiwanaku, la sacerdotessa si recò all’accampamento wari, ricevuta con deferenza dagli ufficiali.

Il comandante accolse felice la giovane, prendendola per le mani e invitandola a sedere accanto a lui nella tenda.

“Non sono venuta per riposare”, cinguettò sorridendo Valicha, “desidero farti conoscere un posto bellissimo dove, prima del tuo arrivo, spesso mi rifugiavo quando volevo restare sola. Vedrai, è un’oasi di tranquillità”.

Riforniti di vivande, i giovani si incamminarono oltrepassando casolari e coltivazioni, e ancora più avanti, fino a incontrare le prime radure deserte.

Valicha condusse il principe sull’orlo di un abisso da cui cadeva rumorosa una splendida cascata d’acqua che produceva un piacevole pulviscolo umido e rinfrescante.

La ragazza afferrò la mano di Awqayoc e lo costrinse a seguirla giù per un sentiero ripido, semi nascosto da un’alta parete di roccia che scendeva a strapiombo per molte decine di metri.

L’acqua, piovuta dall’alto, formava un laghetto quieto, circondato da una stretta spiaggia erbosa, abitata da frotte di uccelli canterini.

Senza indugio né falso pudore, Valicha si liberò della veste, tuffandosi nel lago tiepido.

Scomparve sott’acqua, riapparendo dopo qualche istante alcuni metri più in là. I capelli incollati alle tempie e alle spalle, che affioravano appena dalle onde leggere, facevano apparire la fanciulla simile a una sirena sorridente che invitava il compagno a raggiungerla.

Awqayoc non attese oltre e con poche bracciate si avvicinò alla ragazza tentando di afferrarla, ma la figura sinuosa sgusciò via veloce, immergendosi e riaffiorando più lontano.

Il gioco si protrasse ancora per qualche minuto, fino a che Valicha si lasciò raggiungere, concedendosi al giovane innamorato.

“Amore mio”, disse la principessa sussurrando all’orecchio del ragazzo, “tu per me non sei più il guerriero nemico1e d’ora in poi ti chiamerò Aukinti, il difensore del dio sole”.

A Tiwanaku, il popolo festeggiava lo scampato pericolo riversandosi nelle piazze e visitando il tempio del Puma. La musica percorreva le vie e la gente ballava, libera dall’angoscia. Karmenka, tuttavia, non aveva allentato la guardia e il suo esercito continuava a presidiare, vigile, le fortificazioni e a controllare le mosse del nemico.

Il capitano, pur soddisfatto anch’egli degli ultimi sviluppi, non si fidava e preferiva costringere se stesso e i guerrieri a qualche giorno ancora di sacrifici, piuttosto di rischiare l’irreparabile. Anche Kurasi non festeggiava.

La notizia che Valicha era viva e aveva ottenuto la pace con i wari, aveva regalato a lui e alla moglie un breve momento di euforia, ma presto Kalla si era lasciata nuovamente sopraffare dallo sconforto pensando a Ima Sumaq, l'altra figlia scomparsa.

Karmenka raggiunse il gran sacerdote nella sala consigliare per discutere le strategie in vista dell’incontro col nemico.

“Disporrò le truppe in modo da poter intervenire in caso di necessità”, disse il comandante.

“Gli esploratori riferiscono che il principe nemico, in compagnia di tua figlia, si trova già presso l’avamposto nemico, a metà strada fra qui e Moquegua. Tutto sembra procedere a meraviglia, ma ritengo saggio non fidarsi troppo”.

“Tieni pure l’esercito all’erta”, rispose Kurasi, “ma all’appuntamento andremo noi due da soli, senza armi né scorta. Voglio che i wari comprendano le nostre buone intenzioni”.

“Sia come vuoi”, concluse Karmenka congedandosi.

Pur preso alla sprovvista dall’imprevedibile evolversi della situazione, Jontarak , raggiunto dalle notizie a Cahuachi dove si trovava acquartierato con le truppe di riserva, si mise in marcia e, a tappe forzate, si portò nella zona delle operazioni.

Ragguagliato il padre sugli ultimi avvenimenti e ricevutane l’approvazione, Awqayoc chiese a Valicha di raggiungerlo.

“Lei è la sacerdotessa del Puma, la vera artefice della pace. Grazie alla sua saggezza i nostri popoli prospereranno assieme in un unico, grande regno”, annunciò il principe.

“Per suggellare questa alleanza, il mio sangue e il suo si uniranno per l’eternità, dando origine alla stirpe comune di Tiwanaku-Wari. Padre, questa è mia moglie Valicha”.

Jontarak studiò la ragazza fissandola con sguardo severo ma, dopo pochi istanti, il vecchio guerriero si addolcì.

“Io non so parlare bene”, disse il re, “né tenere lunghi discorsi, ma… avvicinati, figlia mia”, rise Jontarak abbracciando la giovane e concedendo, di fatto, la sua benedizione.

Gli anni trascorsero.

Tiwanaku prosperò, Wari si arricchì di palazzi e templi e la fusione delle due grandi civiltà produsse effetti mirabili. Per lungo tempo i popoli vissero in serenità, scacciando gli spettri delle carestie e della guerra.

Il regno dei Tiwanaku-Wari si ingrandì in ogni direzione, libero da qualsiasi minaccia.

Valicha e Aukinti passarono i primi anni della loro felice vita coniugale nella città del grande lago, dedicandosi all’educazione dei figli che sopraggiunsero numerosi e, soprattutto, alla propria preparazione.

Molto presto, infatti, sarebbero divenuti i primi veri sovrani del nuovo impero.

L’incoronazione avvenne in una limpida mattina d’estate.

Gli sposi percorsero il tragitto che conduceva al tempio del Puma passando tra due ali di folla acclamante e si presentarono al cospetto di Kurasi e di Jontarak che, ormai vecchi, consegnarono loro le insegne del comando.

Poi, Valicha donò al marito una copia d’oro della medaglietta che portava al collo. L’immagine del dio, Sole e Puma, prese posto per sempre sul petto del fiero Aukinti.

La carovana reale lasciò Tiwanaku diretta a Cahuachi.

La nobile famiglia desiderava visitare le più importanti città dell’impero, passando attraverso villaggi e campagne, per ricevere l’omaggio del popolo e verificare di persona le condizioni di vita della gente.

Il lungo viaggio si sarebbe concluso a Wari, l’altra capitale, ma prima Valicha e Aukinti desideravano conoscere la maggior parte possibile del regno.

Qeso, in qualità di esperto conoscitore del territorio, ma soprattutto di amico, accompagnava i sovrani.

Il mercante era ormai molto in là con gli anni, tuttavia egli si sentiva ancora in splendida forma e non aveva voluto rinunciare all’opportunità di ripercorrere le strade della giovinezza e di conoscere i pochi luoghi a lui ancora sconosciuti.

A Cahuachi, Aukinti e Qeso fecero a gara per illustrare a Valicha le meraviglie della città anche se, molto spesso, i due si dimenticavano della compagna, lasciandosi andare ai ricordi del loro primo incontro, ridendo di gusto nel rievocare simpatici aneddoti del passato.

La comitiva lasciò molto presto Cahuachi, perché il tragitto da percorrere per giungere a Wari era ancora lungo e Aukinti e Valicha desideravano recarsi a visitare il tempio di Pachacámac, il dio protettore della terra, fratello del Puma Alato.

Il corteo si avviò verso l’oceano e di là percorse il lungo, ma agevole cammino verso nord che li avrebbe condotti al santuario dove un venerato oracolo di grande fama avrebbe guidato i loro passi nell’impegnativo compito di governanti che li attendeva.

Tre speroni rocciosi che si innalzavano sulla riva del grande mare annunciarono la fine del viaggio.

Il tempio sorgeva sopra una delle colline, in un luogo arido e sferzato dal vento, del tutto privo di vegetazione.

La desolazione del posto, tuttavia, non scoraggiò i due innamorati.

Valicha, anzi, sentiva crescere dentro di sé una particolare frenesia, come se una volontà superiore la chiamasse costringendola ad accelerare il passo.

Valicha e Aukinti ordinarono alla carovana di accamparsi e, sempre accompagnati dal fido Qeso, presero a salire il pendio. Numerosi pellegrini giunti da ogni parte dell’impero impegnavano il sentiero di accesso al tempio ma, al sopraggiungere della coppia reale, liberarono il passaggio inchinandosi con deferenza. La costruzione non era molto grande, né sontuosa come i templi di Tiwanaku, anzi, si trattava di un edificio di piccoli adobe, i mattoni di paglia e fango cotti al sole, molto povero e spoglio, costruito in fretta per offrire una dimora ai pochi sacerdoti e all’oracolo, vero polo di attrazione.

All’entrata del tempio, un giovane religioso accolse gli ospiti e li invitò ad accedere alla sala interna.

Dopo l’abbagliante luce del sole, la fredda penombra accecò per qualche istante gli occhi dei tre amici, ma non assopì il loro odorato che fu aggredito da un lezzo nauseabondo, proveniente da decine di carogne animali in decomposizione, sacrificati nel corso del tempo e mai più rimossi.

Abituatisi all’oscurità della stanza, ben volentieri gli ospiti accettarono l’invito del sacerdote a procedere e a entrare in un nuovo ambiente, quasi del tutto immerso nella tenebra.

Un’unica fiaccola illuminava la panca di pietra sulla quale i tre visitatori furono fatti accomodare.

“Benvenuti nella dimora del dio del mondo”, cantilenò una voce indistinta.

“Sovrani del regno, rendete omaggio a Pachacámac”.

Valicha, Aukinti e Qeso si alzarono all’unisono, obbedendo all’ordine della voce.

I tre chinarono la testa, alzando nel contempo le braccia in alto. Poi la misteriosa voce riprese a parlare.

“Principi, dalla vostra unione nascerà il seme di una gloriosa dinastia che renderà l’impero onnipotente. Ma un germe malsano è in agguato e attende il momento propizio per allargare le sue radici. Così come è sorto, altrettanto rapidamente il regno si dissolverà. Ma voi non lo vedrete”, concluse l’oracolo.

Sconcertati, gli amici si avviarono verso l’uscita, guidati dal sacerdote di prima, ma di nuovo la voce parlò.

“Rimani ancora qualche istante, principessa. Da sola”, ordinò.

Valicha tentennò, poi però accettò l’invito e, mentre gli uomini si allontanavano, ella tornò verso il centro della stanza.

All’improvviso, altre luci si accesero, illuminando ora tutta la stanza.

Seduta su un piccolo trono di pietra, nell’angolo più remoto della sala, una figura incappucciata fece cenno alla sacerdotessa di avvicinarsi.

La voce dell’oracolo si levò ancora una volta dal fragile corpo avvolto nel saio, però il tono era diverso, non più altero e distaccato, ma caldo e amichevole.

“Avvicinati Valicha, voglio guardarti bene”, ordinò l’oracolo e, quando la principessa gli si accostò, le prese le mani e le strinse forte.

“Quanto tempo sorella!”, esclamò Ima Sumaq abbracciando con tenerezza la gemella.

“Sapevo che stavi bene, così come i nostri genitori, ma desideravo tanto poter incontrare ancora una volta qualcuno della famiglia”.

Le sorelle trascorsero parecchio tempo assieme, raccontandosi le vicissitudini passate, piangendo e accarezzandosi, consce che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Alla fine, Ima Sumaq congedò la gemella, benedicendo lei e il suo grembo e scomparve nel buio.

Quella sera, Valicha rifiutò di parlare con chiunque, raccogliendosi in preghiera e non raccontò mai ad alcuno dell’incontro con la sorella.

L’unica cosa che fece fu di inviare un messaggero a Tiwanaku per riferire a Kalla e Kurasi le sue esatte parole.

“Ima Sumaq vive, Ima Sumaq è santa”.

Il grande impero degli altipiani prosperò per molti anni ma, a lungo andare, parve chiaro che qualcosa non funzionava più a dovere.

I discendenti di Valicha e Aukinti regnarono incontrastati a Wari e Tiwanaku, tuttavia la grande distanza che separava le capitali e la diversa espressione del potere da parte dei governanti aprirono un profondo solco che separò di fatto le due città.

Tiwanaku mantenne inalterate le proprie caratteristiche di centro religioso aperto al popolo e basato sull’amore verso il dio Puma e Pachacámac.

Wari, invece, divenne una città laica, i cui dignitari furono tiranni che sfruttavano la popolazione intimorendola con minacce di atroci supplizi.

Anche l’architettura differenziava i due centri.

Tiwanaku possedeva grandi piazze, strade aperte, templi sontuosi. Perfino le mura difensive costruite da Karmenka caddero in disuso, non più ritenute necessarie.

Lo stile architettonico di Wari, al contrario, non indulgeva in costruzioni votive, né in palazzi importanti, strade e piazze di ampio respiro.

La città era circondata da fortificazioni imponenti e il suo accesso era limitato ai dignitari e ai loro servitori, oltre che a pochi artigiani e mercanti.

Cancelli, strade recintate, posti di guardia in ogni crocevia, ronde armate che percorrevano il perimetro della città notte e giorno, davano un’idea chiara dell’atmosfera che si respirava a Wari. Terrore, sospetto, sopraffazione: il popolo viveva oppresso da questo clima, mal sopportando i soprusi dei governanti.

Quando, infine, una nuova legge vessatoria condannò la gente del volgo a lunghi periodi di lavoro obbligatorio non retribuito, il malumore che da tempo percorreva il territorio, si trasformò in protesta, quindi in rabbia, sfociando in un’insurrezione in grande scala.

In breve, il popolo oppresso si impadronì della capitale, sterminò i tiranni e provò a organizzare un nuovo e più giusto governo. L’inesperienza, però, ebbe il sopravvento sulle intenzioni e i mille contrasti che sorsero fra le molteplici fazioni popolari, unite a un infelice periodo di siccità e di carestia, portarono alla prematura caduta di Wari e al suo definitivo abbandono.

Si era verso l’800 d.C. e ora sopravviveva solo l’antica Tiwanaku. La profezia dell’oracolo si era avverata.

La città del grande lago prosperò ancora per oltre due secoli ma alla fine, vinta dal clima nemico, anch’essa dovette essere abbandonata.

Il popolo si disperse, dividendosi in piccoli nuclei di cui non si seppe più nulla.

Solo Manco, pronipote di Valicha e Aukinti, riuscì a riunire alcuni ayllu sotto la sua guida e a convincerli a incamminarsi verso il nord.

Il dio Wira Kocha, infatti, gli era apparso in sogno, incaricandolo di condurre il popolo di Tiwanaku alla ricerca di un nuovo territorio per edificare una città santa ancora più grande e potente della precedente: Cusco, futura capitale dell’impero Inca.

Seguito dai fratelli, dalla moglie Occlo e da alcune centinaia di profughi, Manco si incamminò verso il nuovo destino.

1 Awqayoc, nella lingua delle Ande, significa “guerriero ribelle, che ha nemici”.